Virus e aria condizionata, come ridurre i rischi in ufficio, a casa e nei negozi. «Occhio alla potenza»

Coronavirus e aria condizionata, il sito "MedicalFacts" di Roberto Burioni, fa chiarezza su uno dei grandi temi che ci attende questa estate. Un tema, fra l'altro che non vede grandi convergenze tra virologi ed epidemiologi. Ma c'è differenza anche tra il condizionamento domestico e quello dei negozi e centri commerciali. «Il rischio di contagio negli open space si riduce tenendo le postazioni di lavoro lontano dai terminali, i cui ventilatori devono lavorare al minimo numero di giri».

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«Innanzitutto va detto che c'è una profonda differenza tra il condizionatore domestico, conosciuto anche come split, che è quello che si acquista in un negozio di elettrodomestici, e l'impianto di condizionamento - precisano gli esperti - che oltre a riscaldare e raffrescare l'aria immette in ambiente aria esterna filtrata. Questa differenza è molto importante quando si parla di impianti e Covid-19». Secondo i tecnici, vanno evitati comunque «l'eccessivo affollamento dei locali e una potenza elevata dell'aria sollevata dagli impianti». Dopo aver ricostruito le differenze storiche e strutturali dei vari impianti, gli esperti ricordano che «nelle abitazioni si può usare senza problema un impianto esistente senza immissione di aria esterna se non vi è alcun contagiato».

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Quanto agli impianti a tutta aria monozona «utilizzati in caso di unico locale da climatizzare, come nei supermercati, nei cinema e negli aeroporti, generalmente lavorano con una miscela di aria ambiente e aria esterna, ma in condizioni di emergenza si può chiudere il ricircolo e diluire al massimo l'eventuale concentrazione di virus nel locale», osservano. Riguardo agli impianti ad aria primaria, utilizzati negli uffici e se di piccola taglia detti anche con ventilazione meccanica controllata o Vmc, «la velocità dell'aria è molto bassa dove soggiornano le persone e aumenta solamente nelle immediate vicinanze dei terminali: anche in questo caso l'eventuale sollevamento di droplet è marginale e limitato nello spazio accanto ai terminali».

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Ecco che la configurazione delle scrivanie lontano dai punti di uscita dell'aria è fondamentale, raccomandano. In conclusione, gli esperti citano il caso di un ristorante di Guangzhou (in cui un commensale positivo ha infettato altre persone sedute anche a tavoli di distanza) per evidenziare che «vari fattori tecnici hanno contribuito ai contagi osservati anche a distanza: immissione d'aria esterna molto inferiore a quella prescritta dalle norme Uni; eccessivo affollamento dei locali; risollevamento del droplet dovuto all'eccessiva velocità dell'aria mossa dal condizionatore, problema tipico appunto degli impianti realizzati in Cina». «Tutti aspetti assolutamente da evitare per limitare al minimo i rischi connessi alla fase 2 in corso e ai suoi ampliamenti nei prossimi giorni», concludono.

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Ultimo aggiornamento: Giovedì 21 Maggio 2020, 20:38
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