Edoardo Pesce diventa Alberto Sordi nel film Rai. «Gli ho chiesto il permesso portando al Verano due fiori giallorossi»

di Paolo Travisi
Gli anni giovanili alla ricerca del successo, gli amori, l'amicizia con Federico Fellini, le porte chiuse da chi non credeva nelle sue capacità e persino l'espulsione dai Filodrammatici di Milano per quel dialetto romano, giudicato incorreggibile. Un Alberto Sordi, inedito quello che il regista Luca Manfredi (figlio di Nino Manfredi), ha scelto di raccontare nel film omaggio Permette? Alberto Sordi, nell'anno in cui Albertone avrebbe compiuto 100 anni. Ad interpretare un ruolo, decisamente impegnativo e di grande responsabilità, Edoardo Pesce, che prima di iniziare a girare Permette? Alberto Sordi, (in onda il 21 aprile su Rai1 e dal 24 al 26 febbraio al cinema con Altre Storie) è andato sulla tomba del grande attore, quasi a voler chiedere il permesso.

Leggi anche > Permette? Alberto Sordi: la trama, il cast, il trailer
 


“Era il 15 giugno, andai con la moto al Cimitero del Verano, su suggerimento di Marcello Fonte (protagonista insieme a Pesce in Dogman). Non c’era un’anima in giro e sembrava una scena di un film di Verdone, il lotto l’ho trovato su Wikipedia e sulla cripta ho poggiato due fiori, uno giallo e uno rosso. Gli ho detto Signor Sordi, mi dia una mano, lei brutte figure non ne ha fatte mai. Speriamo che le piaccia” racconta Pesce, con un misto di ironia ed umiltà durante la conferenza stampa a viale Mazzini in Rai. A dare indicazioni sulla costruzione del personaggio, ci ha pensato il regista Luca Manfredi, che da giovane ha conosciuto Sordi, durante la lavorazione di un film di Ettore Scola, dove c'era anche suo padre Nino. “Veniva a pranzo a casa nostra per mettere a punto la sceneggiatura del film Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? e disse a mio padre, Nino ammazza che bella famiglia che hai, mio padre gli rispose un giorno te la farai anche tu e Sordi disse quella celebre frase e che me metto un’estranea dentro casa!"




La risposta di Edoardo Pesce, nella sua interpretazione è stata quella di tratteggiare il Sordi personaggio come "una maschera della nostra cultura, la maschera Alberto Sordi, che è fatta dell'insieme delle maschere dei suoi personaggi" anche se quando è stato convocato da Manfredi per un provino rispose incredulo "bello, un film su Albertone e chi lo fa Sordi?". 

L'arco narrativo del film copre all'incirca 20 anni, i primi passi difficili nel mondo della radio, del Varietà e del doppiaggio - sua era la voce di Oliver Hardy - l'amore con Andreina Pagnani, l'amicizia con Fellini, che lo dirigerà ne Lo Sceicco Bianco e I Vitelloni, fino al trionfo cinematografico con Nando Mariconi di Un Americano a Roma. "Sordi, come mio padre Nino, rappresenta un patrimonio culturale che rischia di essere dimenticato. Quando 4 anni fa feci film su mio padre, mi sono accorto che gli amici di mio figlio, che all'epoca aveva 16 anni, non sapevano chi fosse. Abbiamo fatto un sondaggio per sapere quanti conoscevano Alberto Sordi e molti hanno risposto dicendo che era lo sciatore (Alberto Tomba) o addirittura quello della televisione, intendendo Angela" ha sottolineato il regista Manfredi che a proposito dell'interpretazione di Pesce ha aggiunto "è un attore camaleontico, che è stato aiutato nella somiglianza dai costumi e dal trucco, ma non abbiamo puntato sulla somiglianza estrema, piuttosto sulla recitazione".



Per avvicinarsi all'interpretazione, Pesce ha fatto ricorso all'immaginazione. "Si è creata quasi una magia, nell’immaginare un Sordi di privato, ho lavorato di fantasia, ma lavorando su di lui, ho sentito la sua vicinanza, quasi paterna. Spero che non ci sia nulla di pretenzioso, nel sordizzare un’interpretazione. Quella parlata che lo spettatore vuole ci doveva stare, il saltello invece mi è venuto naturale. E poi io conoscevo quella romanità nobile e bella, stava in casa mia, mia nonna era di Via della Scrofa". E poi la scoperta di un sentimento nuovo, che di Sordi emerge raramente al cinema, la tenerezza degli anni giovanili e che riservava ai suoi famigliari più stretti, tra cui le due sorelle. "Appartiene anche a me, ho una forma di fragilità e malinconia fanciullesca che cerco sempre di mettere nei personaggi. Spesso mi sono chiesto perché Sordi fosse diventato cinico nei suoi personaggi. In un film come Detenuto in attesa di giudizia, si desordizza, toglie la sua corazza e diventa fragile".
Ultimo aggiornamento: Venerdì 21 Febbraio 2020, 17:48
© RIPRODUZIONE RISERVATA