Il poliziotto boliviano gli punta in faccia la pistola, gli urla di congiungere

Il poliziotto boliviano gli punta in faccia la pistola, gli urla di congiungere le mani dietro la nuca e di poggiare le ginocchia sull'asfalto: lui, l'inafferrabile Cesare Battisti, aveva appena bevuto la sua ennesima birra, marca Huari. Si abbassa lentamente mentre avverte chiaramente il freddo della canna dell'arma poggiarsi sulla pelle.
Sono gli istanti clou della cattura del terrorista latitante per 37 anni: «Cesare, fermati!», gli urla in italiano l'agente sudamericano. Forse Battisti sperava fosse un semplice controllo, ne aveva avuti tanti con una notevole percentuale di successo dei suoi numerosi alias. Sono le 22 in Italia, le ore 17 di sabato scorso a Santa Cruz.
Battisti è appena uscito dal suo ultimo rifugio, cammina lentamente per strada, quasi ciondola. Ha in tasca pochi spiccioli, l'equivalente di monetine boliviane corrispondenti a poco più di 3 euro. Una volta compreso di essere stato fermato per essere portato in caserma, chiede incredibilmente «una coperta». E aggiunge «ho voglia di dormire». Infatti riposerà, nella convinzione che qualcuno lo avrebbe tirato fuori pagando magari una cauzione. Ma questa volta nessun amico, nessuna protezione scatta più. Cesare Battisti è stato assicurato per sempre alla giustizia italiana, che grazie alla Bolivia dribbla pure l'ultimo accordo brasiliano. (M.Fab.)

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