Fuga da Mosca, da McDonald's ad Amazon: tutte le grandi aziende che stanno abbandonando la Russia

Dal settore automobilistico alla moda, dall'elettronica a Food&Beverage: ecco i grandi marchi in fuga dalla Russia

Fuga da Mosca, da McDonald's ad Amazon: tutte le grandi aziende che stanno abbandonando la Russia

di Niccolò Dainelli

Che Vladimir Putin abbia progettato nel minimo dettaglio la guerra in Ucraina sembra, ormai, piuttosto evidente. Ma molto probabilmente non si sarebbe mai immaginato una fuga di massa dalla Russia dei più grandi brand al mondo. Ultimo in ordine di tempo Amazon. Il pubblico russo non vedrà, dunque, la nuova stagione di Bridgerton ma non finirà neppure la quarta stagione della Fantastica Signora Maisel, Amazon ha dichiarato che sospende le attività commerciali e il servizio di streaming di Prime Video in Russia e Bielorussia.

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Amazon è solo uno degli ultimi colossi ad abbandonare in fretta e furia il Paese governato da Vladimir Putin in un effetto domino che non ha eguali nella storia. Fuga inevitabile, perché l’invasione dell’Ucraina è un atto di guerra intollerabile ed è talmente destabilizzante che restare sul mercato russo nel lungo periodo sarebbe anche dannoso per gli azionisti.

È con queste motivazioni che un numero crescente di imprese multinazionali nel giro di pochi giorni ha annunciato clamorosi passi indietro dalla Russia: chiusura di joint venture pluri-decennali, abbandono di nuovi progetti, rimpatrio dei dipendenti. Quello che sta andando in scena è un vero e proprio esodo di massa del grande business internazionale da Mosca, in diversi settori: dall’energia ai trasporti, dall’auto ai servizi legali fino ai beni di consumo e, come nel caso di Amazon, anche dello Streaming. Un esodo che aumenta di ora in ora: ultime in ordine di tempo, ma non certo per importanza, Ikea, Volkswagen, Lego, Netflix e Toyota, TikTok, Samsung, Ferrari e Amazon. Ma non solo. Le aziende in fuga sono tante. Ecco chi ha deciso di lasciare la Russia.

LA MAPPA DELLE AZIENDE IN FUGA

VISA, MASTERCARD E AMERICAN EXPRESS

Sabato 5 marzo è toccato a Visa e Mastercard annunciare la sospensione delle operazioni in Russia. Visa ha parlato della «non provocata invasione dell’Ucraina e inaccettabili eventi a cui abbiamo assistito», mentre Mastercard ha motivato con «la natura senza precedenti dell’attuale conflitto e la situazione economica incerta». I due colossi dei pagamenti sono state seguite a ruota anche da American Express che ha deciso di sospendere i rapporti con il Paese.

DHL, SPOTIFY, AMAZON E NETFLIX

Dopo l'annuncio di Netflix di qualche giorno fa anche il gigante dell'e-commerce ha fatto sapere che non prenderanno più ordini da clienti in Russia e Bielorussia sia per quel che riguarda i videogame che gli altri prodotti acquistabili su Amazon. «Ricordiamo che, a differenza di altri fornitori di tecnologia statunitensi, Amazon e AWS non hanno data center, infrastrutture o uffici in Russia - scrivono nella nota - abbiamo una politica di lunga data di non fare affari con il governo russo». Amazon ha anche affermato che non prenderà più ordini dai clienti russi per il suo videogioco New World, l'unico gioco che vende direttamente nel Paese.

Anche Dhl ha sospeso i servizi di consegna in Russia e Bielorussia. Lo ha comunicato la società in una nota, specificando che per ora non vengono accettate spedizioni verso questi due Paesi. Intanto, Dhl sta monitorando da vicino la situazione e presto darà aggiornamenti sui suoi servizi.

Spotify, app specializzata per l’ascolto della musica in streaming, ha annunciato di aver chiuso il suo ufficio in Russia.

IKEA 

Le aziende svedesi sono state tra le prime ad abbandonare il Paese. Ikea ha annunciato la chiusura di tutti i suoi 17 negozi in Russia, mentre saranno sospesi gli approvvigionamenti in Bielorussia dove la compagnia svedese non ha negozi. Ma non tutte le attività. Il gigante svedese dell’arredamento ha successivamente fatto sapere che ha deciso di «sospendere temporaneamente le operazioni» in Russia e Bielorussia in relazione alla guerra in Ucraina, mentre ha deciso di non chiudere i centri commerciali in Russia che operano sotto il marchio Mega.

MC DONALD'S, COCA-COLA E STARBUCKS

Anche i colossi del Food&Beverage abbandonano la Russia. Alla fine anche Coca-Cola e Starbucks si sono arrese. Era solo questione di ore che le due aziende prendessero una posizione ufficiale. E lo hanno fatto. Entrambe hanno infatti sospeso tutte le attività in Russia seguendo la scia, seppur in ritardo, di altri grandi brand internazionali. Coca-Cola e Starbucks erano finite nel mirino dei social, che hanno alzato la loro personalissima pressione via web. All'appello ora mancano solo marchi come KFC e Burger King, ma è probabile che anche loro prenderanno la stessa decisione. Nella lista c'era anche McDonald's, che però proprio poche ore fa ha annunciato l'intenzione di chiudere temporaneamente 850 dei suoi punti vendita in Russia. 

H&M, ZARA E NIKE

Anche il settore della moda interrompe i rapporti con la Russia: il gruppo H&M ha annunciato una sospensione «temporanea» delle vendite nel Paese (sesto mercato per importanza), dicendosi «preoccupato per i tragici sviluppi in Ucraina ed esprimendo vicinanza a tutte le persone che stanno soffrendo».

La Nike ha preso la stessa decisione motivando lo stop con le difficoltà logistiche che le impediscono di consegnare le merci. Adidas, invece, sponsor tecnico della Nazionale russa, ha invece sospeso la sua partnership con la Federcalcio russa.

Chiudono anche gli 86 negozi di Zara perché chiudono i 502 negozi del retailer spagnolo Inditex SA di cui Zara fa parte. Bloccate anche tutte le vendite online perché «non è possibile garantire la continuità delle operazioni e le condizioni commerciali».

VOLKSWAGEN, TOYOTA, MERCEDES, BMW, FORD, HONDA, MAZDA, HARLEY DAVIDSON, VOLVO, DAIMLERTRUCK, RENAULT E FERRARI

Dal comparto dell’abbigliamento al settore automobilistico. Ultima in ordine di tempo è stata l'azienda di Maranello, con il Cavallino Rampante che ha interrotto la produzione per il mercato russo e deciso di donare 1 milione di euro in aiuto dei profughi ucraini.

Volkswagen aveva preceduto la Ferrari di qualche ora. anche la casa automobilistica tedesca ha deciso di chiudere i battenti alla produzione in Russia. La notizia è stata comunicata in una nota. «A causa della guerra condotta dalla Russia il presidio del gruppo ha deciso di fermare la produzione di veicoli in Russia», si legge. Anche le esportazioni «verranno stoppate a partire da subito». Il secondo costruttore di auto al mondo fermerà la produzione delle fabbriche Kaluga e Nizhny Novgorod.

L’azienda di Wolfsburg era stata preceduta nella medesima decisione da Mercedes e Bmw e dell’americana Ford.

Sulla stessa linea anche le principali case automobilistiche giapponesi. Le criticità legate all’approvvigionamento delle forniture sono al centro della decisione di Toyota di sospendere la produzione nello stabilimento di San Pietroburgo, avviato nel 2007 e dove annualmente vengono assemblati circa 100 mila veicoli, tra cui il modello RAV4 e la berlina Camry, con una forza lavoro di 2mila persone.  

Nella stessa direzione la decisione della Honda, che ha deciso di fermare l’invio delle proprie auto in Russia per le difficoltà nel sistema dei pagamenti dal momento che, a differenza di Toyota, le vetture vengono trasferite dagli Stati Uniti. Analoga decisione per la Mazda, che nel 2021 ha venduto in Russia circa 30mila auto: la compagnia ha comunicato che le forniture di parti di ricambio ad una società locale di Vladivostok (est) termineranno quanto prima.

Daimler Truck Holding, uno dei più grandi produttori di veicoli commerciali del mondo, ha detto che fermerà le sue attività commerciali in Russia fino a nuovo avviso e potrebbe rivedere i legami con il partner locale Kamaz. I rappresentanti dei lavoratori hanno detto che «considerano appropriato» che il più grande produttore di camion del mondo scarichi anche le sue azioni in Kamaz.

Il marchio automobilistico svedese Volvo Cars ha annunciato che sospenderà le spedizioni di veicoli verso il mercato russo fino a nuovo avviso, diventando la prima casa automobilistica internazionale a deciderlo. Lo riferiscono diversi media internazionali. In una dichiarazione via e-mail, la società ha affermato di aver preso la decisione a causa di «potenziali rischi associati al commercio di materiale con la Russia, comprese le sanzioni imposte dall’Ue e dagli Stati Uniti. Volvo Cars non consegnerà alcuna auto al mercato russo fino a nuovo avviso», ha affermato la società. Un portavoce ha detto che la casa automobilistica esporta veicoli in Russia da stabilimenti in Svezia, Cina e Stati Uniti. Nel 2021 ha venduto in Russia circa 9mila auto.

La casa automobilistica francese Renault SA ha sofferto in Borsa con perdite di quasi il 20% di fronte alla prospettiva che le sanzioni danneggino il suo business in Russia, mercato chiave da cui ottiene l’8% dei ricavi. AvtoVaz, di cui Renault detiene una quota del 68%, produce veicoli a marchio Lada che comandano circa un quinto del mercato russo. Renault produce anche Kaptur, Duster e altri veicoli nel suo stabilimento di Mosca. Per ora la compagnia non ha annunciato chiusure generalizzate, ha solo detto che sospenderà alcune attività nei suoi stabilimenti di assemblaggio in Russia a causa di problemi logistici. “Renault ha promesso di attenersi alle sanzioni,” ha detto il portavoce del governo francese Gabriel Attal, giovedì a France Info radio.

Dalle quattro alle due ruote: la casa motociclistica Harley-Davidson che, in un comunicato, ha fatto sapere che sospenderà le esportazioni in Russia.

BP, SHELL, EQUINOR, EXXON, TOTAL ED ENI

Il primo annuncio choc è arrivato da Londra, sede della British Petroleum, gigante petrolifero britannico. Il più grande investitore straniero in Russia ha deciso di cedere la sua partecipazione del 20% in Rosneft, la compagnia petrolifera di stato russa, una mossa molto dolorosa dal punto di vista finanziario tanto che potrebbe comportare una svalutazione di 25 miliardi di dollari e tagliare la sua produzione globale di petrolio e gas di un terzo. In Borsa il titolo ha già pagato con una flessione del 7 per cento.

24 ore dopo è toccato a un altro colloso dell’oil come Shell prendere una decisione analoga. Citando «l’insensato atto di aggressione militare» della Russia, la multinazionale britannica ha comunicato la fine della partnership con Gazprom, gigante del gas russo controllata dallo stato, compreso l’impianto di gas naturale liquefatto Sakhalin-II e il suo coinvolgimento nel progetto del gasdotto Nord Stream 2, che la Germania ha già bloccato la scorsa settimana. I due progetti valgono circa 3 miliardi di dollari. Dal Regno Unito alla Norvegia, il discorso non cambia. Equinor, la più grande società energetica norvegese controllata dallo Stato, ha annunciato che inizierà a ritirarsi dalle sue joint venture in Russia, del valore di circa 1,2 miliardi di dollari. «Nella situazione attuale, consideriamo la nostra posizione insostenibile», ha detto il CEO Anders Opedal.

Exxon Mobil si è aggiunta alle altre società petrolifere, annunciando la volontà di lasciare la Russia e le sue attività stimate in 4 miliardi di dollari di valore. «In risposta ai recenti eventi, stiamo cominciando il processo di interruzione delle operazioni e di uscita dal progetto Sakhalin-1», ha annunciato il colosso petroliero, aggiungendo che non farà alcun nuovo investimento in Russia. Si tratta della quarta società dell’International Oil Companies a fare un annuncio del genere. Exxon ha una quota del 30% nel progetto Sakhalin-1 con Rosneft e società giapponesi e indiane.

Sempre tra i big energetici, TotalEnergies ha una partecipazione importante in Novatek PJSC, il più grande produttore di gas indipendente della Russia. Il gruppo francese ha detto che non investirà più in nuovi progetti in Russia ma non si è spinta fino a interrompere le attività già avviate. «TotalEnergies - scrive la società in una nota - esprime la propria solidarietà al popolo ucraino che subisce le conseguenze e al popolo russo che subirà ugualmente le conseguenze di questa guerra, si mobilita per fornire carburante alle autorità ucraine e aiutare i rifugiati ucraini in Europa, sostiene la portata e la forza delle sanzioni messe in atto dall’Europa e le attuerà indipendentemente dalle conseguenze (attualmente in fase di valutazione) sulle sue attività in Russia. TotalEnergies non fornirà più capitali per nuovi progetti in Russia».

Anche Eni si sfila da una partnership in Russia. «Per quanto riguarda la partecipazione congiunta e paritaria con Gazprom nel gasdotto Blue Stream (che collega la Russia alla Turchia), Eni intende procedere alla cessione della propria quota», afferma un portavoce del gruppo, precisando anche che «l’attuale presenza di Eni in Russia è marginale. Le joint venture in essere con Rosneft, legate a licenze esplorative nell’area artica, sono già congelate da anni, anche per le sanzioni internazionali imposte a partire dal 2014».

APPLE, MICROSOFT, HP, SIEMENS E SAMSUNG

Anche marchi molto popolari di beni di consumo fermano le vendite in Russia. È il caso di HP il primo fornitore di Pc in Russia e di Apple, che ha sospeso la vendita di tutti i suoi prodotti nel Paese. Lo afferma la società in una nota, annunciando che rimuoverà RT News e Sputnik dai suo App Store fuori dalla Russia. Ed è il caso di Microsoft che ha condannato «un’ingiustificata, non provocata e illegittima invasione dell’Ucraina» ed è il caso anche di Samsung, invece, sospende l’export di tutti i suoi prodotti ed è una decisione dolorosa perché la Russia rappresenta il 30% del suo mercato. Samsung ha anche detto che donerà 6 milioni di dollari agli sforzi umanitari nella regione incluso un milione di prodotti elettronici.

Il colosso tedesco Siemens, che produce treni, offre servizi digitali e di automazione alle imprese, interrompe la sua attività in Russia, aggiungendosi alla lunga lista di società occidentali che stanno sospendendo le operazioni, le vendite o le partnership con Mosca, in risposta all’invasione dell’Ucraina. «Tutto il nuovo business in Russia e le consegne internazionali sono sospese mentre valutiamo le complete implicazioni delle sanzione», ha dichiarato il gruppo ingegneristico in una nota pubblicata sul suo sito. 


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 9 Marzo 2022, 21:22
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