Così il Covid si diffonde in ospedale: il focolaio in Israele «nonostante vaccini e mascherine»

Così il Covid si diffonde in ospedale: il focolaio in Israele «nonostante vaccini e mascherine»

L'infezione può 'bucare' i vaccini, ma resta inalterata l'efficacia per quanto riguarda il decorso della malattia

Covid, quando vaccini e mascherine non bastano a fermare un focolaio. Un vero e proprio caso di studio, quello che ha riguardato un ospedale in Israele, il Meir Medical Center, nel luglio scorso.

 

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Lo studio, pubblicato su Eurosurveillance, ha analizzato quanto accaduto nell'ospedale israeliano: un anziano paziente in dialisi, che non era stato sottoposto a tampone all'ingresso, era poi risultato positivo ed aveva contagiato altre 41 persone, tra pazienti, personale sanitario (che indossava le mascherine) e familiari. Di tutti i contagiati, ben 39 (il 96%) avevano completato il ciclo vaccinale da oltre cinque mesi. Questo, però, non significa che i vaccini sono inutili: a soffrire sono stati i pazienti anziani, ospedalizzati e con malattie pregresse, mentre il personale sanitario è rimasto quasi completamente asintomatico.

 

Il caso offre vari spunti di riflessione. Il primo è che l'efficacia dei vaccini, per quanto riguarda la prevenzione dalla malattia grave, risulta inalterata nonostante la diffusione del virus. Il secondo è che, negli ambienti più a rischio, è necessaria una migliore gestione dell'aria con una ventilazione meccanica forzata efficiente. Inoltre, le mascherine vanno sempre indossate in modo adeguato da tutti, anche dai pazienti. Infine, la terza dose di vaccino potrebbe essere utile, se non indispensabile, per proteggere i pazienti più fragili.
 

Nell'ospedale israeliano ci sono 780 posti letto, con circa 3-4 pazienti a stanza. Da marzo 2020 i pazienti erano stati invitati a indossare sempre almeno una mascherina chirurgica, anche se poi questa indicazione non è stata seguita alla lettera. L'errore dell'ospedale è stato quello di non testare al Sars-CoV-2 il 70enne paziente in emodialisi da cui sarebbe partito il contagio, ma in quel momento i sintomi erano stati scambiati per una possibile infezione al flusso sanguigno. Solo dopo aver accertato la sua positività, l'ospedale aveva testato anche gli altri tre pazienti nella stessa stanza, risultati tutti positivi.

 

L'indagine sui contatti del paziente 70enne ha permesso di rilevare altri 27 positivi (16 pazienti, nove operatori sanitari e due familiari). Tutti i positivi erano quindi stati trasferiti nel reparto Covid, che però in quel momento era adibito a reparto misto poiché erano molto pochi i pazienti Covid. Il paziente 70enne era stato seguito da un operatore sanitario che era guarito dal Covid a luglio 2020 e poi si era vaccinato con un'unica dose, come previsto dalle linee-guida israeliane. Nel reparto che era ritenuto essere 'Covid free', però, due pazienti su tre avevano sviluppato sintomi leggeri ed erano risultati essere positivi.

 

In quello stesso reparto era partita un'altra indagine epidemiologica che ha rilevato 19 nuovi casi (10 operatori sanitari, otto pazienti e un familiare). Ben 238 persone, sulle 248 totali esposte al virus, erano state vaccinate. Il virus è stato poi sequenziato: quattro casi avevano una sequenza genetica diversa, tutti gli altri erano riconducibili a un unico focolaio di 42 casi (38 completamente vaccinati con Pfizer, uno con singola dose dopo la guarigione e tre non vaccinati). L'età media era di 55 anni e il tempo medio trascorso dalla fine del ciclo vaccinale era di circa 5-6 mesi. Tutto il personale sanitario è risultato essere asintomatico o paucisintomatico, mentre tra i pazienti (età media 77 anni e molti immunocompromessi) otto si sono ammalati, cinque erano in condizioni critiche e altri cinque sono morti.
 

Diverso anche il tasso di trasmissibilità tra i pazienti (superiore al 23%) e tra il personale sanitario quasi del tutto vaccinato (10%). Secondo lo studio, però, diverse trasmissioni del virus si sarebbero verificate tra operatori sanitari che indossavano la mascherina e altri dpi. Si cerca quindi di capire cosa sia successo in un luogo dove la maggior parte dei lavoratori era vaccinata con doppia dose e dove i protocolli di sicurezza (teoricamente) sono molto rigidi. Gli autori dello studio spiegano: «Non possiamo escludere che le misure di protezione non siano state indossate in modo ottimale, tuttavia, la trasmissibilità nell'estate 2021 differisce dalle nostre esperienze nei 18 mesi precedenti. Quanto accaduto potrebbe essere spiegato dal calo dell'immunità col passare del tempo e per questo una terza dose di vaccino potrebbe comportare un'inversione di tendenza, specialmente per i più fragili e a rischio».
 

I dati di Israele, infatti, suggeriscono che, dopo la terza dose di vaccino, l'efficacia di Pfizer è risalita intorno al 95%. Un altro studio, condotto nel Regno Unito, dimostra che per contrastare l'infezione può essere utile, tramite vari strumenti, filtrare e sterilizzare l'aria soprattutto nei reparti ordinari rispetto alla terapia intensiva, dal momento che la replicazione virale appare essere più veloce nelle prime fasi della malattia e più lenta in quelle successive. Una buona norma che risulta valere anche per infezioni batteriche come quelle da Staphylococcus aureus, Escherichia coli e Streptococcus pyogenes.


Ultimo aggiornamento: Giovedì 7 Ottobre 2021, 20:10
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