Max Gazzè su Asia Argento: «Sarebbe stata un'eccellente giudice di X Factor»

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di Claudio Fabretti
«Non riuscivo a stare fermo a casa. Così, dopo i concerti in Europa per festeggiare i 20 anni di “La favola di Adamo ed Eva”, ci ho preso gusto. Al punto da decidere di proseguire i live in Italia». Non pago delle fatiche del suo sinfonico Alchemaya Tour, Max Gazzè torna sul palco per celebrare l’album della sua consacrazione datata 1998. Con una serie di concerti da gennaio in poi, tutti puntati su La favola di Adamo ed Eva, e una tre giorni romana (28, 29 e 30 dicembre all’Auditorium) in cui a quella tracklist si aggiungeranno altri brani.

Stavolta niente orchestra?
«No, c’era voglia di tornare a un formato più immediato, più rock’n’roll. Siamo in 4: basso, chitarra, batteria e synth».

Che bilancio fa, invece, dell’Alchemaya Tour?
«Un’esperienza magica. All’inizio era solo un progetto sperimentale, poi, il successo a Sanremo di La leggenda di Cristalda e Pizzomunno ha dato uno slancio al disco e mi ha permesso di portare un’opera complessa, dai risvolti esoterici, in luoghi splendidi come l’Arena di Verona, le Terme di Caracalla a Roma o il Teatro greco di Taormina».

Ha in programma anche un nuovo disco?
«Sto iniziando a lavorare in studio a qualche nuova idea. Ho anche acceso qualche apparecchio cosmico a casa e sono in fase “brainstorming”: faccio colazione, porto i bambini a scuola e inizio a scrivere e suonare. Ma il disco potrebbe arrivare tra 3 mesi come tra 3 anni».

Ha reso un servizio alla canzone italiana: dimostrare che si può fare pop anche in modo complesso...
«Il pop è un’arte difficile. Non sopporto chi lo fa in modo sciatto. Sento la responsabilità di comunicare l’intero processo artistico che c’è dietro l’oggetto-canzone, ma anche di non essere mai banale o scontato nelle scelte sonore, negli arrangiamenti».

L’ha aiutata il fatto di aver vissuto per anni in Inghilterra?
«Molto. Da ragazzo sognavo di diventare un bassista. Suonavo in Inghilterra, in Belgio, in Francia. Ho iniziato con un gruppo internazionale, i 4 Play 4. E mi abbeveravo alla lezione di artisti come Pink Floyd, Genesis, Gentle Giant, Talking Heads, Police, Paul Weller...».

Com’è andata, invece, la collaborazione recente con Carl Brave?
«Lui mi piace: usa i fiati, il basso, gli strumenti veri... Mi ha raccontato di aver scritto una strofa proprio per farla cantare a me. Ci siamo incontrati ed è nata Posso».

E con Fabi e Silvestri tornerà a lavorare?
«Con quei due siamo andati solo a mangiare un piatto di pasta... Per ora abbiamo già dato».

Come nacque “Il padrone della festa”?
«Da qualche jam selvaggia nella cantina della casa di Silvestri, a Fregene. Alla fine abbiamo tirato fuori le canzoni, è nato il disco, poi il tour. Siamo riusciti persino a fare andare d’accordo le nostre case discografiche che erano feroci concorrenti!».

La vedremo ancora al cinema?
«Lo spero. Ho fatto anche teatro, amo la recitazione, ad esempio conosco i Monty Python a memoria. E adoro i registi più surreali e onirici come Fellini, Gilliam, Wenders».

In un film, “Incompresa”, è stato diretto da Asia Argento. Che idea si è fatto della sua vicenda?
«Non sono aggiornato, non la seguo. Ma so che lei è ha una grande sensibilità artistica. Conosce un sacco di musica e sarebbe stata un eccellente giudice di X Factor».

La sua è una famiglia allargata: 5 figli, da due mamme diverse. Come la vive?
«È una responsabilità e una grande gioia. Si va dai 2 anni del più piccolo ai 20 del più grande: trovo molto stimolante vivere la loro crescita»
Mercoledì 5 Dicembre 2018 - Ultimo aggiornamento: 21:13
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