Mattia Torre, genio e simbolo di una generazione
di Boris Sollazzo

Mattia Torre, se ne va un genio e il simbolo di una generazione

Annichilimento. E’ questo che si prova quando un talento puro e una persona profonda come Mattia Torre ti lasciano. Lo stesso che senti addosso quando un’ingiustizia insensata (ne esistono di sensate?) ti piomba addosso e tu non sai come affrontarla. E poi ti chiedono di scriverne e tu pensi che l’unico che avrebbe potuto parlare di una morte così, della morte di un genio e di un uomo dalla bellezza interiore ironica e discreta, era proprio lui. E soprattutto che l’unico che avresti voluto leggere, di fronte a un pomeriggio così doloroso, è lui. L’unico che ti avrebbe riempito il cuore e consolato con la sua prosa sorridente e asciutta, con quelle battute vibranti e umanissime.

E' morto Mattia Torre


Ci sarebbe riuscito grazie a quella mente lucida e affilata che ha ispirato e commosso tutti noi nel monologo finale de La linea verticale, con cui ha cambiato ritmi e linguaggio e contenuti della tv come già aveva fatto, insieme agli amici e sodali Ciarrapico e Vendruscolo, con Boris, entrando a gamba tesa, e per anni, nel nostro immaginario, nel nostro vocabolario, nelle cene in cui ripetevamo le battute di più episodi, come forse solo Carlo Verdone ha saputo farci fare.

Con il groppo in gola - sì, chi lo conosceva sapeva che stava di nuovo tanto, troppo male e ci nascondevamo dietro la speranza del suo esordio da regista, previsto per settembre, sempre insieme al fratello Valerio Mastandrea - pensi che avresti voluto poggiare gli occhi sulle parole perfette e potenti che cuciva nei suoi monologhi, da (Il) Migliore, una pièce teatrale che ha terremotato il palcoscenico, per la sua capacità di entrare dentro lo spettatore, a 456, altro gioiello.

Mattia Torre è uno che ha scritto un “pezzo” sulla paternità quando già sapeva che l’avrebbe vissuta troppo poco - che follia è una vita che ti annuncia la tua morte mentre sul pianeta si affaccia il tuo secondo figlio? - e dopo che da Cattelan lo ha recitato l’amico Valerio, ha invaso social e bar e salotti, tutti ne parlavano e a lui “friggeva il telefono per gli sms” perché neanche Facebook aveva. Se vi dice poco il suo nome, è perché era così bravo che i suoi contenuti ti invadevano e ti trascinavano - anzi lo fanno e lo faranno sempre, loro non muoiono con lui - e non avevi tempo di alimentare alcun culto della personalità.

Inarritu scrisse in una lettera pubblica a Cuaròn, dopo l’Oscar, che “nessun premio, nessun riconoscimento può raccontare al mondo quello che so io, che sanno tua moglie e i tuoi figli, ovvero di che magnifico padre, amico, fratello, tu sia. E sì, sei anche il miglior regista che ci sia”. Non lo conoscevo quanto avrei voluto, ma ho visto il dolore negli occhi di chi lo ha amato: sono tanti, sono persone meravigliose anche loro. E il senso di perdita è enorme: perché non ci sarà un nuovo Boris, non come sarebbe potuto essere, non ci sarà una carriera da regista che avrebbe rivoluzionato il cinema italiano, perché Torre era così, dove arrivava cresceva qualcosa di nuovo. Non ci saranno quelle idee che condivideva con generosità, non ci sarà quell’umorismo dolente e mai moralista, non ci sarà quello sguardo limpido e impietoso, verso sé e il mondo.

Siamo egoisti, noi che lo piangiamo oggi. Perché la sua morte ci toglie troppo, è insopportabile: ha detto bene Giorgio Viaro, direttore di Best Movie, che se un genio muore a 47 anni “il lutto assomiglia a una vertigine, sei atterrito dall’orizzonte di possibilità che non si concretizzeranno mai”. Piogge di parole si sono riversate sui social, ma non come al solito: non c’è la RIPomania in quegli status, ma il senso profondo della perdita una vita necessaria, indispensabile stroncata nel fulcro della sua maturità umana, creativa, artistica. Di amici, colleghi e semplici amanti del suo lavoro.
Ci si sente orfani come quando morì Caligari, che con i suoi tre film aveva cambiato il nostro modo di intendere l’immagine in movimento, mantenendo un’integrità rara e a suo modo spensierata.
Ci si sente orfani perché il meglio doveva ancora venire.

Ricordo il sorriso dopo una rappresentazione de L’ufficio, a commentare il mio entusiasmo, ricordo la conferenza stampa di Piovono mucche, che pochi capirono e molti ignorarono, ma che rimane un cult per chi seppe trovare in quel film qualcosa di nuovo e diverso.

E se ne va, infine, il migliore della generazione che ha perso. Anzi, la generazione di Gaber ha perso, a quella di Mattia è stato spesso impedito di giocare. Mattia Torre a 47 anni, in qualsiasi altra epoca, avrebbe avuto budget enormi e progetti ambiziosissimi, non avrebbe ancora atteso l’esordio dietro la macchina da presa. Non avrebbe trovato la sua grandezza nel cinema o nella tv indipendenti, in esperimenti puntualmente divenuti successi. Mattia Torre sarebbe stato un maestro in vita, non un genio rimpianto. E lui, con il talento, ce l’aveva fatta lo stesso a giocare e stravincere. Perché Maradona lo scudetto lo vince anche con il Napoli di Sola e Volpecina.

Il punto però è un altro: come faremo adesso?

P.S.: scusami caro Mattia, tu l’avresti scritto molto meglio, questo articolo. Tu avresti trovato le parole e le immagini, lo facevi sempre. Spero solo che tu ora possa ricominciare a bere gin tonic, magari ridendo della retorica dietro cui tutti noi proviamo a nascondere l’abisso che ci si è aperto dentro.
Venerdì 19 Luglio 2019, 17:17
© RIPRODUZIONE RISERVATA