Omicron, Massimo Andreoni: «Presto per dire se la nuova Variante è meno pericolosa»

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di Graziella Melina

Che un virus con molte mutazioni, come appunto l’Omicron, abbia anche meno carica virale “è possibile, ma non è affatto assicurato”. Secondo il direttore di Malattie infettive del Policlinico Tor Vergata di Roma Massimo Andreoni - rieletto ieri sera direttore scientifico della Simit (Società italiana di malattie infettive e tropicali) - è ancora troppo presto per affermarlo.

 

L’ipotesi di un virus che mutando diventa meno pericoloso farebbe però ben sperare… 

“Sì, ma per poter stabilire se le tante mutazioni siano correlate con una perdita di fitness, cioè di capacità replicativa del virus, o se sia semplicemente un adattamento alla pressione che il virus in questo momento sta ricevendo in termini di un escape, cioè il tentativo di sfuggire all’immunità, dobbiamo ancora aspettare. Non credo che ci siano ancora dati sufficienti per affermarlo, non abbiamo per esempio i dati in vitro. In più, i dati relativamente ai quadri clinici che si stanno in qualche modo delineando e che vengono descritti, non sono ancora sufficienti per dire che questo virus abbia una ridotta letalità e una minore capacità replicativa”. 

 

Ma è comunque possibile che accada? 

“Normalmente, quando il virus mette molte mutazioni tende a perdere una sua capacità replicativa rispetto al virus wild type, cioè al virus non mutato. Però, non è una regola assoluta, quindi non si può stabilire con certezza che questo sia un virus che replica meno rispetto alla variante delta. Certamente, sembrerebbe aver guadagnato molto in termini di trasmissibilità, visto che in Sud Africa rapidissimamente l’omicron è diventata una variante dominante. Da questo punto di vista, quindi, non ha perso forza, anzi ha guadagnato”.

 

Non si può nemmeno ipotizzare che questa variante con molte mutazioni sia il segnale che la pandemia stia finendo?

“Abbiamo visto anche altre varianti emerse, che poi alla fine non sono diventate dominanti, e il virus non è scomparso. La variante sudafricana e quella brasiliana, per esempio, sono emerse ma non hanno determinato la fine della pandemia. Quindi, farei attenzione a dire che le mutazioni siano il segnale della fine della pandemia”. 

 

C’è comunque un nesso tra carica virale e pericolosità?

“Normalmente esiste una correlazione diretta tra carica virale e quadro clinico. Il che vuol dire che più la carica virale è alta, più c’è il rischio di avere un quadro clinico grave. Ma dobbiamo mettere in conto sempre abbondanti eccezioni, non si tratta infatti di regole che valgono per il 100 per 100  dei casi. Diciamo però che globalmente i pazienti più gravi hanno più frequentemente un’alta carica virale. Lo abbiamo osservato per esempio nei pazienti anziani. Ma non dimentichiamo che è vero anche che esistono degli asintomatici che sono stati dei grandi diffusori, avendo altissime cariche virali”.

 

Ma il sistema immunitario di una persona vaccinata è comunque allenato a respingere anche il virus con le mutazioni?

“Dobbiamo chiarire che anche il virus mutato è riconosciuto dall’immunità. Qui si tratta però di capire se sulla variante omicron il vaccino funziona al 50 per cento, oppure continua a funzionare al 90 per cento”.

 

Con la terza dose ci proteggiamo anche da questa variante?

“Nessuno lo può sapere. Di sicuro c’è che la terza dose aumenta di molto il titolo anticorpale. La specificità e la capacità del virus è un aspetto che può essere valutato successivamente”.

 

In sostanza, è fondamentale continuare a vaccinarsi. 

“Certamente. E ripeto, se pure il vaccino avesse perso un po’ di efficacia nei confronti del virus, avere comunque un alto titolo anticorpale evidentemente migliora le prestazioni nei confronti del virus”. 

 


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 1 Dicembre 2021, 12:12
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