Ospedali, l’allarme del Cts: interventi o rischio collasso. In tre settimane numeri da zona rossa in tutta Italia

La preoccupazione nella Cabina di regia: «Urgente fermare la crescita dei ricoveri». Nel giro di tre settimane le strutture di tutta Italia avranno numeri da zona rossa

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di Mauro Evangelisti

A fine mese gli ospedali saranno al collasso. Ieri, nella riunione del Comitato tecnico scientifico, che esaminava il report settimanale, anche il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, lo ha detto senza troppi giri di parole: il trend dei ricoveri ha una crescita molto rapida, i sistemi sanitari potrebbero trovarsi in seria difficoltà a breve. Non solo: c’è un passaggio del report stilato dagli esperti del Ministero della Salute e della Cabina di regia che sembra un atto di accusa al governo che non ha preso provvedimenti. Si legge: «è urgente invertire la tendenza per evitare sovraccarichi dei sistemi sanitari», «in assenza di misure di mitigazione significative, un ulteriore rapido aumento del numero di casi e ospedalizzazioni nelle prossime settimane è altamente probabile». Quel passaggio «in assenza di misure di mitigazione significative» sembra davvero segnare la frattura che c’è tra le decisioni del presidente Draghi e i timori degli esperti del Ministero della Salute.

 

 

 

 

TENDENZA

 

Alcuni numeri: il tasso di occupazione delle terapie intensive è al 15,1 per cento, i posti letto con pazienti Covid, secondo il report, sono 1.392 (ma il dato è fotografato al 4 gennaio, oggi siamo già a 1.499) con un incremento del 26 per cento in una settimana; negli altri reparti l’occupazione dei posti letto è già al 20,3 per cento con un incremento, sempre in una settimana, del 33. Con questi ritmi di crescita si arriverà nel giro di due settimane a numeri da zona arancione per tutta Italia e da zona rossa già a inizio febbraio. Silvio Brusaferro (presidente dell’Istituto superiore di sanità): è probabile «che in 4 settimane si raggiunga una saturazione pari al 30-40 per cento delle aree mediche». Spiega il dottor Alessandro Vergallo, presidente dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri (Aaroi-Emac): «A fine gennaio saremo nel livello massimo di difficoltà e l’emergenza proseguirà per lo meno fino a metà febbraio. Devono essere chiari due concetti: quando diciamo che per i pazienti Covid le terapie intensive sono “al 15 per cento”, non significa che l’85 per cento dei letti di rianimazione è libero, perché ci sono anche pazienti con altre patologie. Inoltre, negli ospedali italiani ci sono almeno 700-800 contagiati da Covid, in attesa di ricovero anche per 72 ore nei settori di osservazione breve dei pronto soccorso. Molti sono quanto meno da sub intensiva, hanno il casco per l’ossigeno. Ma nei conteggi non li vediamo, sono fantasmi».

 

 

 

 

DELTA E OMICRON

 

Secondo il professor Walter Ricciardi, consulente del Ministero della Salute, c’è un doppio nemico: la Delta non si è fermata, ma corre parallela anche la Omicron che, anche se provoca meno ospedalizzazioni, visto che ha una velocità di contagio molto più alta alla fine origina molti ricoveri. Solo un esempio: in Sicilia tutti gli ospedali sono in difficoltà e davanti al Cervello di Palermo è stata allestita una tensostruttura, mentre Ostetrica sarà destinata a pazienti Covid. In Rianimazione su 16 posti, 14 sono pazienti Covid (di cui 13 non vaccinati).

 

 

Ma segnalazioni di questo tipo arrivano ovunque, dalla Campania al Lazio. «Un prezzo molto alto - osserva Vergallo - lo pagheranno anche i pazienti di altre patologie: si stanno bloccando gli interventi e le prestazioni per la prevenzione». Ci troveremo presto con un’altra emergenza: mancheranno medici e infermieri, anche tra di loro stanno aumentando i positivi. Antonio De Palma, del sindacato infermieri Nursing: «I dati adesso fanno paura: siamo passati da 13.720 operatori sanitari contagiati ogni 30 giorni il 4 gennaio scorso, allo spropositato numero di 20.179 dopo soli 3 giorni. Praticamente 6.459 operatori sanitari in più sono stati infettati in sole 72 ore, e quindi ben 5.296 infermieri. E in un gran numero di ospedali italiani, gli infermieri positivi ad un tampone rapido, continuano a lavorare per almeno 48 ore, fino all’esito del molecolare».

 

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Ultimo aggiornamento: Sabato 8 Gennaio 2022, 10:53
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