Luca Ward si racconta ne Il talento di essere nessuno: "L'ho scritto per raccontare la malattia di mia figlia"
di Paolo Travisi

Luca Ward si racconta ne Il talento di essere nessuno: "L'ho scritto per raccontare la malattia di mia figlia"

La frase cult de Il Gladiatore ripetuta 30 volte, l'applauso di Stanley Kubrick al doppiaggio di Full Metal Jacket, ma anche l'indigenza nel periodo dell'adolescenza dopo la morte del padre, i tanti mestieri, dal facchino al camionista per mantenere madre e fratelli. Il Talento di essere nessuno, autobiografia del più celebre doppiatore italiano, Luca Ward, voce di Russell Crowe, Keanu Reeves, Samuel L. Jackson, Hugh Grant e tanti altri, è ricca di emozioni e colpi di scena. Proprio come un film.

 

Perché un'autobiografia?

Nei confronti della vita, spesso da parte dei giovani sento un senso d'inadeguatezza. Per la mia generazione non è stato così e la mia vita, seppur complessa, può essere utile agli altri.

Sua nonna e i suoi genitori attori, lei voleva fare altro?

Mia nonna era un'importante attrice di teatro, i miei genitori erano bravi attori ma non sono stati fortunati, quindi noi figli li abbiamo visti spesso preoccupati perché i soldi per tre figli erano sempre pochi. La precarietà del mestiere, mi aveva spinto a cancellarlo dalla mia agenda, invece volevo fare il pilota di aerei perché servivano delle qualità particolari e studiare molto. Mastroianni, quando ero bambino, mi disse “non si può piacere a tutti, l'unico riferimento è il pubblico”.

 

Le critiche la fanno soffrire?

Raramente le leggo, sia positive che negative, ascolto il pubblico e sono attento a quello che mi dice. La critica negativa, che a me è capitata raramente, è spesso cattiva, io non l'ho vissuta sulla mia pelle, mentre un mio collega, Francesco Nuti è stato massacrato, gli ha dato importanza ed alla fine si è ammalato.

 

Si pensa ai figli d'arte, come a dei privilegiati, per lei è stata una continua salita. Un'adolescenza difficile, senza padre, con la necessità di lavorare da ragazzino. Cosa le ha lasciato addosso quel momento della sua vita, in cui ha conosciuto anche l'indigenza?

Mi ha insegnato a vivere, a diventare un uomo e ad affrontare le avversità con forza, ma anche lealtà. Non ho vissuto nell'agio, ma non so se sarei diventato ciò che sono oggi. Certo è stato difficile, perché ero il signor nessuno, ma con la determinazione e l'onestà sono riuscito, e dico grazie agli insegnamenti dei miei genitori.

 

Quando ha capito che la sua voce avrebbe fatto la differenza?

Me lo dicevano gli altri, io non ci credevo molto. Sapevo che dipendeva dalla qualità dell'interpretazione in prosa; ho studiato tanto l'etimologia della parola per dare il giusto peso, non solo a teatro, ma anche nella vita, ad ogni singola parola. Ferruccio Amendola una volta mi disse “nel tuo Dna c'è il dono per far diventare le parole immortali e la gente per strada ti urlerà le frasi dette da te al cinema”. E così è stato.

 

Il Gladiatore le ha cambiato la vita?

Mi ha reso popolare al grande pubblico, la mia voce ha incuriosito le persone ed anche i registi mi hanno cercato per tornare in tv, perché da doppiatore non mi prendevano nei provini. 

 

So che dopo il doppiaggio del film ha incontrato Russell Crowe, cosa le ha detto?

Lo incontrai nel 2005 è un uomo molto buono e sensibile, innamorato di Roma e dell'Italia. Mi chiamava mio fratello perché lo stile di recitazione era simile. Gli dissi se farò un film a Hollywood mi doppi tu? Mi rispose, lo farò.

Il film o l'attore più difficile a cui ha prestato la sua voce?

E' molto difficile doppiare Hugh Grant, che ha una grande mimica ed un modo di recitare molto anglosassone. Inarrivabile è Samuel Jackson, perché gli attori neri hanno un suono vocale completamente diverso, in genere sono molto più dotati nella recitazione in prosa ed io devo usare un compromesso per doppiarlo.

 

Un doppiatore può anche salvare la recitazione di un attore. Le è successo?

Si certo, a me non capita spesso, doppiando attori molto bravi, ma certamente possiamo aiutare il lavoro di un attore o al contrario possiamo rovinarlo. Oggi, purtroppo, si doppia troppo velocemente, stanno cercando di industrializzare un settore che è artigianale e deve rimanerlo. Per esempio il doppiaggio delle serie tv è troppo veloce, ed anche se tecnicamente sono perfetti, manca la vita in quel personaggio.

 

La sua voce le ha aperto la porta dello spettacolo a tutto tondo. Teatro, televisione, radio. Forse il cinema le ha riconosciuto meno spazio, per snobismo?

Ogni tanto mi sono fatto questa domanda, ma una risposta non ce l'ho. Ho fatto pochi film in ruoli piccolini, forse perché il nostro cinema non cambia, sono sempre gli stessi quattro attori, bravissimi, ma poi ci si annoia. Ecco perché il cinema italiano non è competitivo all'estero, dove si varia molto di più. Forse i registi non mi hanno ritenuto all'altezza di un film.

Per lei è un rammarico?

Non mi frega nulla, ho avuto tanto, non ho mai dovuto cercare lavoro, sono stato fortunato e tanti colleghi purtroppo si ritrovano a dover fare altri lavori.

 

Nel corso della sua carriera ha fatto incontri eccellenti. L'aneddoto che ricorda più volentieri?

Nelle sale di doppiaggio ho lavorato con i più grandi attori del passato, Gassmann, Manfredi, Tognazzi, Sordi, e tra i registi con Fellini, Leone, Kubrick, tutti loro avevano una grande ammirazione del nostro lavoro, spesso a fine turno ci battevano le mani. Oggi non ti si filano proprio, invece Kubrick ha seguito tutto il doppiaggio italiano di Full Metal Jacket e alla fine del mio turno mi ha battuto le mani.

 

Cos'è cambiato?

Le teste e la signorilità che non ci sono più. Il doppiaggio ha fatto il cinema italiano, perché i film erano muti, non c'era la presa diretta ed i grandi registi lo sapevano, invece oggi lo sanno molto poco.

 

Nella sua autobiogragia ha scelto di parlare anche di fatti molto privati, come la malattia di sua figlia Luna, perché?

E' stata una decisione molto combattuta, ne abbiamo parlato in famiglia ed anche con Luna, ma l'illuminazione è venuta da questa maledetta pandemia. I vaccini sono arrivati in pochi mesi, grazie alla ricerca, a cui sono stati destinati molti fondi, proprio perché tanti ricercatori italiani mi dicono che sono i soldi il vero problema. Nel caso delle malattie rare, come quella di mia figlia, la sindrome di Marfan, la ricerca, invcece, è del tutto ferma. E la pandemia dovrebbe farci riflettere su questo. Sostenere la ricerca è il nostro domani, da lì arriveranno le cure per tante malattie ed i governi anziché chiudere gli ospedali, come hanno fatto negli ultimi anni, dovrebbero aprirne di nuovi. Questo è il motivo per cui ho voluto parlare di questo fatto così privato. 

 


Ultimo aggiornamento: Martedì 6 Aprile 2021, 10:07
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