Reati informatici, parla l'avvocato Galdieri: «Persone poco consapevoli di questi reati. Sui social in tanti diffamano senza rendersene conto»
di Marco Esposito

Reati informatici, parla l'avvocato Galdieri: «Persone poco consapevoli di questi reati. Sui social in tanti diffamano senza rendersene conto»

Spesso siamo portati a sottovalutarli, qualcuno è portato a non rendersi nemmeno conto di violare la legge, qualcun altro non si accorge di esserne vittima. Stiamo parlano dei cosiddetti "reati informatici". Oggi, più di ieri, fanno parte della nostra vita se non della nostra quotidianità, ma più di una persona - soprattutto in passato - non era in gradi di riconoscerli.

 

Professore Paolo Galdieri, lei ha scritto un libro proprio dedicato a questo argomento: “Il diritto penale dell'informatica: legge giudice e società”: è vero che l'Italia è indietro sotto molti punti di vista rispetto all'innovazione tecnologica, tanto che gli italiani hanno difficoltà a riconoscere i reati in questo ambito informatico?

 

«Partiamo da una premessa: stiamo parlando di un qualcosa che ovviamente nasce recentemente, rispetto al diritto diciamo così "tradizionale". In effetti, inizialmente si parlava di sicurezza informatica, ma solo in ambito tecnico non da un punto di vista del codice penale».

 

E quando si inizia a parlare di reati informatici ?

«Dalla fine degli anni 80 si è iniziato a capire che servivano nuove norme penali che disciplinassero la materia. E allora ecco che nel 93 abbiamo i primi reati informatici; la diffusione di codici di accessi, le intercettazioni informatiche etc etc. Una serie di reati che non erano disciplinati precedentemente perché non eravamo una società informatizzata». 

 

E che succedeva?

«Spesso questi reati non venivano denunciati perché non c'erano norme al riguardo. E - come un cane che si morde la code - non essendoci denunce non si legiferava. Questo fino a1993 quando poi c'è stato  un primo aggiornamento in chiave tecnologica del codice penale e parzialmente del codice di procedura penale».

 

Quando si arriva ad un diritto "maturo" sui reati informatici?

«Nel 2008 si completa questo discorso e si stabiliscono e vengono codificati i mezzi di ricerca della prova: come il sequestro e la perquisizione informatica e l'ispezione informatica». 

 

C'è poca consapevolezza dell'italiano rispetto al reato informatico?

«L'idea di partenza del mio libro è quella di semplificare per il lettore proprio questo aspetto. Abbiamo pool di magistrati e di polizia specializzati in questo settore. In ogni corte d'appello ci devono essere dei magistrati specializzati in reati informatici. Come abbiamo la polizia postale e il nucleo tecnologico della guardia di finanza, come reparto tecnologico all'interno dei carabinieri». 

 

Ma gli utenti hanno la percezione di commettere un reato mentre infrangono la legge in questo campo?

«Alcuni reati non sono stati considerati tali dagli utenti: tutti i reati legati al diritto d'autore non erano percepiti come tali da molti cittadini. Per esempio inizialmente vedere le partite online senza pagare era un reato di cui non c'era consapevolezza. Con il tempo, però, questa consapevolezza è arrivata».

 

E i reati più gravi?

«Anche questi, in una primissima fase, non venivano percepiti come tali. Se qualcuno ora entro in un computer altrui oggi tutti hanno la percezione del reato, sia chi lo commette, sia di chi ne è vittima. Prima poteva accadere che chi subiva l'intrusione non sapeva che veniva commesso un reato contro di lui».

 

Si possono commettere reati sui social?

«Se ne commentano un sacco. Il reato dei social per antonomasia è la diffamazione. Le persone non si rendono conto di quello che scrivono e delle conseguenze dei loro commenti online. Insultano le persone come non farebbero mai di persona. Ma l'utente che pensa di essere diffamato può avere alcune difficoltà a dimostrare il reato»

 

In che senso?

«Le faccio un esempio. Facebook ha sede negli Usa e i reati d'opinione negli Stati Uniti non son puniti e quindi non posso chiedere la collaborazione di quel paese. Quindi devo dimostrare la diffamazione senza chiedere aiuto agli Stati Uniti». 

 

Quindi si può farla franca?

«No, la "vittima può difendersi". Serve stampare la frase diffamatoria e la si fa leggere. Servono dei testimoni che leggano la diffamazione».

 

Si spieghi meglio

«Per esempio può avvenire che denunciando la diffamazione alla polizia postale si faccia attestare alla polizia postale stessa - che è composta da pubblici ufficiali -  la diffamazione avvenuta. Come estrema ratio si può andare dal notaio che certifica che in quell'ora e in quel dato giorno esiste il commento diffamatorio». 

 

E l'odio in rete? 

«L'odio che porta discriminazione, il cosiddetto hate speech  è punibile tramite la Legge Mancino che disciplina gli eventuali commenti discriminatori per quanto riguarda la religione e razza. Con il ddl zan si allargherebbe la punibilità anche all'omofobia e alla disabilità». 

 

Chi trasgredisce la legge Mancino rischia il carcere?

«È prevista una pensa da zero a 6 anni con le aggravanti. C'è la discrezionalità del giudice. Se si è incensurato non si rischia nulla o quasi Se si è recidivi si potrebbe anche rischiare il carcere. Ma sinceramente io non ho mai visto nessuno andare in galera per un commento in rete»

 

 

 


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 11 Agosto 2021, 10:07
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