Ecco la scuola più grande d'Italia: tremila studenti, 370 prof, 120 aule
di Totò Rizzo

Palermo, la scuola più grande d'Italia: tremila studenti, 370 prof, 120 aule

Più che un preside è un sindaco, Vito Pecoraro, a capo dell'Istituto Alberghiero Pietro Piazza di Palermo, la scuola più popolosa d'Italia. Le cifre: poco meno di 3 mila studenti (tra corsi diurni e serali, divisi in 120 classi), 370 professori, 120 impiegati tra il personale amministrativo. Fate un po' il conto: 3500 persone da gestire, un piccolo paese. Lui, il primo cittadino-dirigente scolastico, 52 anni, ex insegnante di francese, governa in un edificio di grande dignità storica e architettonica, gli ex Mulini Virga costruiti a fine Ottocento, distrutti dalla guerra, poi ristrutturati.
Quale la prima preoccupazione nella guida di una scuola così grande?
«La sicurezza. Dei ragazzi, anzitutto. Gran parte dei quali passano ore anche in cucina. E poi quella dell'intera comunità. Ma siamo bravissimi: nelle prove d'evacuazione dello stabile che facciamo due volte l'anno, liberiamo 6 piani in 9 minuti».
E i rapporti con i 370 docenti?
«Il segreto sta nel vivere la scuola nel quotidiano, non rimanere ostaggio dell'ufficio di presidenza, ascoltare i professori il più possibile. Il primo giorno ho fatto il giro di tutte 120 le classi per augurare buon anno».
Ci sono anche 120 persone che provvedono alla burocrazia e ai problemi logistici.
«C'è l'amministrazione, il protocollo e ben due uffici magazzino, perché qui bisogna pensare alle derrate alimentari che servono alla cucina».
Per le assemblee cosa fate: affittate un palasport?
«Sarebbe utile visto che l'aula magna può ospitare 250 persone. Confidiamo invece nella benevolenza di un parroco amico che ci mette a disposizione qui vicino il campetto di calcio della chiesa e lì fino a 600/700 ragazzi ci stanno».
In cosa si differenziano i corsi?
«Sono tre: enogastronomia (con annessa pasticceria), sala e accoglienza».
Immagino il boom del primo corso dopo che in tv, ormai, quando s'accende una telecamera in contemporanea si accende un fornello.
«È così, lo sceglie circa l'80% degli studenti, poi a ruota seguono sala e accoglienza anche se essere un bravo barman o un affabile portiere d'albergo non è da meno che indossare il cappello da chef».
Il mercato del lavoro come risponde ai diplomati?
«Nonostante una certa saturazione, bene. Le richieste arrivano, per la maggior parte dall'estero».
Confessi: nostalgia d'entrare in aula?
«Mi manca la cattedra, inutile negarlo, il contatto diretto coi ragazzi. Ma il preside non è un pianeta a sé: soprattutto non deve mai dimenticare di esserlo stato, un insegnante».

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Mercoledì 30 Ottobre 2019, 05:01
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