Sognando a New York: il musical latino che infiamma l'estate. Tre motivi per correre in sala, e uno per non vederlo
di Alessandra De Tommasi

Sognando a New York: il musical latino che infiamma l'estate in anteprima al Festival di Giffoni

Dimenticate Manhattan: la prossima destinazione “dei desideri” nella Grande Mela si chiama Washington Heights ed è raccontata, con ritmi latini a dir poco prorompenti, nel musical Sognando a New York, in sala dal 22 luglio dopo l’anteprima nazionale in apertura del Giffoni Film Festival.

 

Amori impossibili, desideri di riscatto e dinamiche familiari disfunzionali si fondono in una comunità multietnica di immigrati negli Stati Uniti, i “dreamers”, alla ricerca di una vita migliore sulle note di ritmi caraibici, r&b, jazz, pop e rap.

 

Ecco allora tre buone ragioni per non perderlo e “un’avvertenza per l’uso”.


TRE BUONE RAGIONI PER CORRERE IN SALA:

 

UNO: Il marchio di fabbrica di Lin-Manuel Miranda:

Irresistibile nel piccolo ruolo di “grattacheccaro” newyorkese, Lin-Manuel Miranda dà prova di sé adattando dal teatro al grande schermo una storia di cuore e di pancia con musiche e testi. Famosissimo per il musical Hamilton, l’artista di origini portoricane regala a Hollywood un tocco esotico che, una volta tanto, mette in scena una diversità accogliente e uno spirito comunitario autentico.

 


DUE: Numeri musicali mozzafiato:
Non è la versione latina di La La Land, ma – tra acrobazie alla Spider-Man e nuoto sincronizzato in piscina – appassiona con ritmi calienti, lontani da stereotipi culturali e raccontati “dall’interno”, partendo dalle radici del sogno americano e portando persino a ribaltarne le premesse. Qui il protagonista Usnavi (il nome è tutto un programma, ma la storia che racconta scioglie persino il cuore più arido) vuole soltanto tornare “a casa”, nella Repubblica Dominicana.


TRE: La follia dirompente del regista Jon M.Chu:

Ha preso in giro i super ricchi d’Oriente in Crazy & Rich (da recuperare assolutamente su Netflix) e ora si lancia in una cultura latina che non gli appartiene ma che abbraccia con tanto slancio e stupore. È un fan della filosofia “Go big or go home” perché niente è mai troppo, per i tetti di questo quartiere rumoroso e variopinto. Dopo Step Up, riuscirebbe davvero a far ballare persino i sassi.

 

UN’AVVERTENZA PER L’USO PRIMA DELLA VISIONE:

L’unica controindicazione per chi già mal tollera il genere musical è la durata: due ore e mezzo di canzoni quasi ininterrotte mettono alla prova persino le ugole d’oro. Alcuni numeri spezzano il ritmo del racconto e si dilungano al punto di rischiare di far perdere il filo al pubblico.

 


Ultimo aggiornamento: Giovedì 22 Luglio 2021, 08:31
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