«Basta con quel telefonino». Ora sono i figli a dirlo a noi, minato il senso di protezione
di Concita Borrelli

«Genitori, via gli smartphone»: ora sono i figli a dirlo a noi. Lo studio Milano-Bicocca

«Mamma, papà, guardatemi!». Questo, certamente, è il grido muto di milioni di bambini e ragazzi quando i loro genitori non danno loro retta. Mom, Dad, look at me. The development of the Parental Phubbing Scale è anche il titolo di uno studio di Milano-Bicocca, pubblicato sul Journal of Social and Personal Relationships. Studio frutto della collaborazione multidisciplinare tra ricercatori del Dipartimento di Psicologia di Milano-Bicocca e di Sociologia e ricerca sociale dell'ateneo.

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Alla base dello studio il cosiddetto fenomeno del phubbing, termine composto da phone, cellulare, e snubbing, snobbare. Il comportamento per cui le persone in un contesto sociale ignorano l'interlocutore per prestare attenzione al proprio smartphone.


Lo studio


La ricerca mostra che chi lo subisce ha ripercussioni negative sul proprio benessere psicologico, svaluta la relazione con i colleghi o il partner e, nei casi più gravi, arriva a sviluppare sintomi depressivi. Figuriamoci per i figli! Quale ragazzino se il genitore non lo ascolta, non lo guarda, non lo coltiva può stare bene! Già nel 2018 una ricerca condotta da Digital Awareness Uk raccontava che un adolescente su 3 dei duemila intervistati di età compresa tra gli 11 e i 18 anni chiedeva alla madre e al padre di usare meno il cellulare.


Le interazioni


In presenza dei cellulari le interazioni tra genitori e figli si riducono del 20% nelle interazioni verbali, del 39% nella comunicazione non verbale e del 28% nella presenza di incoraggiamenti e lodi da parte delle madri. Candidamente, però, madri e padri dichiarano di non resistere nel controllare continuamente i messaggi arrivati sui social.


L'esperta


E noi alla dottoressa Slepoj, illuminata psicoanalista italiana, abbiamo chiesto con quale coraggio ci si lamenta dei ragazzini che vivono di cellulare, se i genitori fanno peggio. «Viviamo in un momento storico molto complesso. I figli oggi si fanno nascere, ma non ne segue la responsabilità intesa come somministrazione di un progetto educativo». Ci viene da pensare quindi che il genitore gioca sullo stesso livello del figlio. «Il genitore ha un rapporto amicale! Il cellulare usato dall'adulto è pari a quello dato al bambino perché si trastulli. Questo addestramento non sviluppa curiosità per giochi diversi. I nonni come gli zii regalano cellulari, palmari e videogiochi. E si entra in una foresta senza regole!».


Ma fuori dalla foresta, che fanno i genitori? «Oggi non si morirebbe per un figlio. Una sera ero in un ristorante, un bambino in carrozzina piangeva. Probabilmente voleva dormire. Io che spesso non mi faccio i fatti miei chiedo ai genitori, Scusate, forse è tardi per questo bambino. Ma non abbiamo pure noi diritto di distrarci? è stata la risposta del padre!


Quindi è chiaro: il messaggio culturale è che il bambino non deve cambiare la mia vita».
Ma se oggi i genitori sono così morbosi, ossessivi, professoressa? «Ansia, angoscia morbosa che pure provano i genitori sono un'altra cosa rispetto alla responsabilità che comporta applicazione, tempo, dedizione».


Io prima di tutto e tutti, la rinuncia non è data. E i ragazzi? «Mancanza di attenzione si traduce in mancanza di protezione! I figli, molto presto, quindi cercano rifugi che spesso, non sempre per fortuna, si chiamano alcol, droghe, pornografia. L'adultità è la capacità di prevedere il risultato del proprio operato». I genitori oggi però ci appaiono più attoniti che adulti!


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 28 Ottobre 2020, 08:44
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