Diario della quarantena: La spesa al supermercato ai tempi del Coronavirus
di Boris Sollazzo

La spesa al supermercato ai tempi del Coronavirus

Rieccoci. Qui si pensava di fare un diario dalla quarantena, ma dalle risposta al primo pezzo - alcune inquietanti e meschine (ma eri te quel giorno che mi hai respirato vicino in metro? Se sono ammalato ti ammazzo. Che ci facevi in piscina due settimane fa proprio nella corsia accanto alla mia?), altre stupende e commoventi, altre ancora folli e improbabili - ho capito che forse quello che ci serve è un manuale di sopravvivenza.

Leggi la prima puntata > Diario dalla Quarantena: come sopravvivere all'isolamento ai tempi del Coronavirus

Presto vi insegneremo come svuotare il congelatore in maniera sostenibile e consapevole, recuperando persino pasti risalenti all’ultimo mondiale vinto dall’Italia, poi passeremo a un tutorial di cucina per maschi in cattività, infine per i più temerari si potrà apprendere anche la nobile arte del ferro da stiro. Ma, cari amici, il vero guerriero si vede al supermercato, laddove solo i grandi eroi sopravvivono, in cui le regole del vivere civile sono scomparse e altre invece vengono reinventate. Il supermarket ai tempi del Coronavirus è un non luogo che sembra uscito da un film di serie B, ma la comunità che lo abita è da laboratorio antropologico.

Tutto lì ha le sue regole, le sue piccole pazzie, le sue contraddizioni. Intanto, ai tempi della pandemia, a uscire per fare spese pantagrueliche sono gli uomini. Sì quelli che in tempi normali fanno a gara con i bambini per nascondere nel carrello merendine, salse di colori sconosciuti anche al pittore più lisergico, leccornie salate che sono meno biodegradabili della loro confezioni, oggetti di dubbio gusto e incerto uso.

Nell’emergenza loro ricevono una lista, inviata su whatsapp o vergata sulla vecchia carta, e vengono mandati al fronte. In fondo le donne lo sanno, in un momento come questo gli esemplari più deboli vanno esposti al rischio, a uscire, mentre quelli più validi e intelligenti si preservano tra le mura domestiche. Eccoci allora lì fuori, ebbri di un’insensata gioia per l'occasione di mettere il naso fuori di casa per un paio d’ore, in uno slargo in cui i carabinieri passano ossessivamente per far rispettare le distanze di una fila a macchia di leopardo come neanche i vecchini quando misurano la distanza delle proprie bocce dal boccino, una fila che si muove come il vecchio videogame Arkanoid, ma qui tutti vogliono evitare la pallina. Appena uno si muove, magari decide di andarsene tutta la truppa si muove come un’anguilla impazzita ma con una certa coordinazione, a metà tra la coreografia di un musical e la fase difensiva del Napoli di Ancelotti.

Rimaniamo fuori dal punto vendita di una grossa catena (non faremo nomi, Carrefour, che rimane 24 ore su 24 aperto: la notte prima a lavorarci c’erano solo stranieri, soprattutto orientali, ora ovviamente sono spariti): la quarantena sta provando tutti.

Comprovati misantropi cercano lo sguardo del vicino di fila - si fa per dire, sta a 100 metri, se ti manca qualche decimo e lui ha i capelli lunghi perché orfano del barbiere (o lei dell’estetista), per indovinare il sesso si gioca a dadi - per una battuta, un sorriso, un contatto umano, una polemica contro il governo. Anche se quasi tutti alla fine dicono “però questo Conte, sembrava tanto… e invece…”, perché noi italiani siamo bravissimi a portare nella storia chi capita lì per caso o quasi.

C’è timidezza però, la reclusione fa dimenticare le elementari regole di approccio, anche amicale. Ma siamo tutti sulla stessa barca e appena ci si accende una sigaretta, il tabagismo rende tutti fratelli, anche chi ha l’Iqos e chi si rolla il tabacco: in tempi di Coronavirus quelle settarie divisioni che fanno vedere con diffidenza chi fuma “male” (e tutti diffidano di chi fuma la pipa, troppo snob, e il sigaro, troppo coatto), non esistono.

Siamo tutti fratelli, anche se poi si rischia di tossire e terrorizzare tutti e l’affanno è certo e i più in forma ti guardano e ti dicono “qui gatta ci Covid”. Si parla, si scherza sul fatto che possono chiudere tutto, toglierci il banco freschi al supermercato e il caffè la mattina - “ahò, se ‘o fanno (l’hanno fatto fratè) organizzo il mercato nero dei cornetti" dice un illuminato dal fondo - ma i tabacchi no, non devono. Poi esce l’addetto alla sicurezza che da ornamento addetto a beccare i piccoli furti di adolescenti e pensionati con la minima è passato a Swat del quartiere e tutto fiero ti fa entrare a botte di cinque, appoggiandosi allo stipite e simulando un controllo visivo di chissà quale pericolo immaginario. Lui è in missione per conto di Dio.

Dentro, tutto è diverso. Siamo pochi, forse una dozzina, spersi, con queste liste che ci lasciano troppa autonomia di decisione. Ma siamo bravi soldati, la necessità affina le nostre capacità. Arriviamo ai pomodori datterini e li tastiamo sicuri (coi guanti, ovvio): un tempo lo facevamo sciattamente, convinti che il segreto della scelta di frutta, ortaggi, verdure al tatto fosse un superpotere tutto femminile. Lì capiamo che scorre dentro di noi potente la conoscenza delle nonne contadine. Commossi ci prendiamo delle libertà che pagheremo caro, quel cavolo nero ci appesterà la cucina e gli asparagi non ti saziano neanche se mangiati a mazzi interi. Ma tu ormai sei lanciato.

Galvanizzati arriviamo al secondo stadio. I beni di prima necessità. Nascosti in scaffali lunghi decine di metri, troppe marche, tipi, codici. Ci guardiamo e ci dividiamo. Chi rimane comunità e si aiuta, chi invece ha studiato e al liceo copriva il suo compito perché tu non copiassi. “Sale e zucchero, dove sono?” mi dice un ragazzo, con un filo di voce. Gli metterei una mano sulla spalla se solo si potesse, se non avessi paura di polverizzargliela neanche fossi Thanos, e allora gli dico “prendimi quelle 12 uova bio, le ultime rimaste e io vado a conquistare sale e zucchero che sono più vicino di te e stanno finendo”. Gli altri invece si lanciano si prendono gli ultimi prodotti migliori (perché sì, i supermercati sono stati presi d’assalto e checché se ne dica non riescono a rifornirsi in tempo).

Tu devi essere freddo, perdere una battaglia sul lievito di birra - tutti il pane in casa vi state facendo, maledetti, ma il mio cumino e cipolla è imbattibile, bastardi - non vuol dire non poter vincere la guerra di una spesa utile, equilibrata e sfruttando pure il coupon di 15 euro. Moglie mia o conquisterò le linguine Garofalo che ti piacciono tanto o a casa tornerò sullo scudo, o ceneremo col pesto di noci fresco oppure desinerò nell’Ade. Questa è Sparta. Che poi perché alcune cose finiscono prima? Cosa porta la gente a prendere due carrelli e uno riempirlo di carta igienica? Cosa nasconde l’atavico terrore dell’italiano medio di rimanere seduto sul gabinetto con il cilindretto di cartone privo del prezioso materiale pulente (almeno tre veli, suvvia: quattro è un lusso, due una perversione)? E perché nessuno di noi uomini in quel contesto ha attaccato bibite gassose, succhi di frutta, biscotti intrisi nell’olio di palma, gelati, patatine e affini, come ha sempre fatto fino ad allora? E perché tra le patatine tutti assaltano solo le San Carlo Classiche? Perché la Sant’Anna naturale finisce anche in tempi di pace prima che tu possa anche solo vederla? Strategie di marketing tipo Nutella Biscuits? L’effetto Pizzaballa?

Io mi immagino questi uomini seduti nel bagno, coperti di carta igienica, con il pacchetto di patatine aperto e il lievito di birra nella tasca ridere diabolicamente soddisfatti anche se nessuna delle tre preziosissime merci gli garantirà la sopravvivenza. Mentre penso a queste amenità arriva il capobranco solitario, quello che in fila sbuffava e non parlava con nessuno, troppo concentrato sull’obiettivo. Si avvicina al mio carrello. Sono lontano, per fare prima nel prendere le ultime cose l’ho lasciato incustodito, capisco di aver fatto un errore imperdonabile. Non sa che lo guardo, gira velocemente la testa a destra e sinistra e afferra la mia bottiglia di Solopaca, l’ultimo bianco buono che ho scovato in mezzo a mille. Comincio a correre, mentre mi prende anche la Ichnusa non filtrata. Poi lei, la compagna, si gira. È imbarazzata. Alza le spalle, si scusa con gli occhi. Lui è felice mentre nasconde nel suo carrello la refurtiva. Così tanto contento che mi fermo. Fingo di non aver visto. Abbiamo bisogno di piccole soddisfazioni di questi tempi, di coccolarci. E allora non sarò io a spegnere quel sorriso. Anche se maledetto, con l’orata che mi aspetta a casa il rosso ci sta malissimo. Solo a quel punto vedo che vicino a me c’è mr. Sale e Zucchero. Mi passa una delle sue birre e sorride. Vorrei abbracciarlo, ma credo che i miei occhi lo stiano facendo.

Ridiamo. Va bene così, questa partita la vinceremo anche così noi italiani. A modo nostro.


Ultimo aggiornamento: Sabato 14 Marzo 2020, 14:11
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