Diario dalla Quarantena: come sopravvivere all'isolamento ai tempi del Coronavirus
di Boris Sollazzo

Diario dalla Quarantena: come sopravvivere all'isolamento ai tempi del Coronavirus

A volte basta poco per vedere barcollare le proprie certezze.

Basta pochissimo, un virus minuscolo, dalla forma buffa. Chi vi scrive è in quarantena. Da dieci giorni almeno e senza libera uscita, senza un'autocertificazione che gli possa permettere di fare una passeggiata al parco. Perché chiunque abbia preso questo maledetto invasore non fa differenza; puoi essere la persona più importante del mondo o l'ultimo degli ultimi: cambia poco davanti a tutto ciò. (e tranquilli voi che mi conoscete, non correte alcun rischio, "parola di Spallanzani")

Semplicemente la mia famiglia ed io siamo rinchiusi nella casa che abbiamo scelto, arredato, reso nostra in ogni centimetro da più giorni di voi e in modo più stringente rispetto al decreto #iorestoacasa.

A volte basta poco, un paziente idiota invece di un paziente zero, per vedere le cose in modo diverso. Già perché alcuni hanno pensato al 38enne di Codogno, Mattia, come un untore, ma lui non ha colpe. Hanno fatto peggio gli irresponsabili, chi non ha voluto accettare il fatto di modificare il proprio stile di vita, altri che hanno portato il Covid 19 in giro, lo hanno fatto proliferare, solo perché non ci si poteva fermare.

Perché il nostro stile di vita occidentale ci impedisce anche solo di immaginarla la lentezza o, addirittura, la stasi. Rimangono aperti i dentisti - ma una delle forme di contagio non riguarda proprio mettere le mani nelle bocche altrui? - o le industrie - magari dove si lavora a pochi centimetri uno dall'altro, mentre il mio ristorante preferito a Ostia, chiude. Per responsabilità e per solidarietà.

Tutti devono fare la propria parte, sacrificarsi per stare meglio. Fortuna che lavoro a Radio Rock, dove Patrizia Palladino ed Emilio Pappagallo (editore e direttore artistico) sono di altra pasta. Sono un privilegiato: non perderò il lavoro e anzi, mi permetteranno di non rischiare nulla e tornare con calma. Ma non sempre è così. 

Il problema è il paziente idiota: quello che sciava in questi giorni, quello che andava in ufficio con la febbre, quello che lascia aperta la sua attività nonostante i rischi, quelli che prendono i mezzi con il raffreddore, quelli che non concedono il telelavoro, quelli che si sentono fighi a fregarsene dei divieti. 

Sono in quarantena e il rosario della paura l’ho vissuto tutto: positivo, negativo, l’attesa, quella massacrante successione di ore che ti lascia con un interrogativo così. Su di me e su chi amo. Non lo auguro a nessuno, e per ora da queste parti non si rischia il peggio. Ecco perché la psicosi non mi va di schernirla, ma vorrei che qualcuno la inquadrasse con annotazioni competenti. Vorrei che i giornali, magari,  approfondissero di più l’aspetto medico e pure statistico di quelle cifre che ogni giorno alle 18 ci angosciano, invece di puntare sui titoli sul contagiato vip del giorno.

E sono qui che mi chiedo cosa mi stia insegnando tutto questo. Tanto, troppo, mi sento stordito. 

Intanto, sento quanto sia enorme il gap tra me e il resto del mondo

Leggevo un bel pezzo giorni fa, proprio mentre il mio presente stava mutando improvvisamente e radicalmente. “Aiuto, l’Apocalisse sta per arrivare a Roma”. A scriverlo è stata Simonetta Sciandivasci, una di quelle penne che amo e un po’ invidio, perché spesso mi fanno pensare “avrei voluto scriverlo io”.

E pure quel pezzo mi sarebbe piaciuto scriverlo qualche giorno prima che iniziasse la mia "quarantena", perché quando è arrivato sul mio pc, ero già qui, rinchiuso.

E quell’arguzia, quella capacità di trovare con leggerezza il focus della situazione, quell’analisi sensibile del privato e della comunità, non li sentivo più miei. Intendiamoci, l’articolo è superlativo e ne ho riso, anche perché da quando sto qui non faccio che condividere meme su Covid, quarantena, catastrofi e vedo solo disaster movie.

Un po’ come, mi perdonino il paragone irriverente, Falcone e Borsellino all’Asinara ridevano con barzellette sulla morte o battute sugli attentati che avrebbero potuto commettere contro di loro. 

Ecco leggevo la mia brillante collega e avrei voluto invitarla a cena, ma non potevo. Perché sapesse raccontare anche quello. E mi sono reso conto che questo paese non sa parlarsi. Io, lei, altri giornalisti, attori, intellettuali abbiamo, avremmo detto più o meno le stesse cose. Io ridevo delle persone che saccheggiavano i supermercati nel penultimo week-end di febbraio. Con snobismo insopportabile. Dopo qualche giorno di quarantena, vi assicuro, non è che mi sia sentito troppo intelligente a cominciare a scongelare resti di cene risalenti al paleozoico.

Avrei voluto tanto essere in fila con loro e avere chili di viveri in avanzo, mascherine, non dover fare amuchine seguendo tutorial alla Mucciaccia o comprarle in ampolle del po da farmacisti usurai (9 euro per pochi decilitri!). No, ero troppo impegnato a ridicolizzarli sui social per andare a fare la spesa, anche una normale, non necessariamente da 1200 euro come quell’eroina all’Esselunga che ora invidio più dell’Atalanta ai quarti di Champions League. 

Il Coronavirus è una livella, direbbe Totò. E a noi una livella manca. Che ci faccia sentire tutti cittadini allo stesso modo, che ci smettesse di fare la guerra tra poveri. L’ingenuo paranoico che dopo il secondo DPCM corre al Carrefour (tre giocatori del Napoli compresi) aperto 24 ore su 24 non è il mio nemico, né il mio bersaglio, ma uno che ha i miei stessi diritti e doveri.

Non è uno da deridere, ma da capire. Il problema è che non sappiamo più parlarci, osservarci, senza giudicarci immaginando già le condivisioni che avremo dalla nostra sapida battuta contro il povero cristo di turno. Non sto facendo il buonista, quello che corre a prendere il treno per tornare al paese o assalta il supermercato non è che si sforzi di capire me. Per questo votiamo partiti diversi, facciamo vite differenti, diamo diverso valore alle cose. Ma se ci sforzassimo di sentirci parte di una comunità, ora sarebbe diverso. Ora, forse, non avremmo permesso a governi di ogni colore di regionalizzare la Sanità e vedere crollare dal 1980 il numero di posti di terapia intensiva. Perché allora c’era la questione morale e di onestàh manco a parlarne, però quel sistema sanitario nazionale che massacriamo e che ora ci sta salvando il culo, lo hanno demolito perché nel frattempo noi cercavamo nemici immaginari altrove. E ci toglievano lavoro, sanità, soldi per l’istruzione (e quindi ricerca e ricercatori che ora ci sarebbero utili, sebbene rimaniamo tra i migliori come dimostrano le tre dottoresse dello Spallanzani che hanno isolato il virus a tempi di record: una di loro da precaria è diventata a tempo indeterminato, un miracolo che in Italia riesci a meritarti solo se sei in odore di Nobel, come ha fatto notare su Facebook il prof. Andrea Minuz).

Nel 1980 i posti per casi acuti erano 922 ogni 100.000 abitanti, oggi sono 275, solo nel 2000 erano ancora il doppio. Ora i respiratori li compriamo in Cina, facciamo appalti, li andiamo a prendere nelle aziende con l’esercito. Li avevamo già, li abbiamo polverizzati.

Ho visto troppe volte il meme o la battuta sul fatto che i nostri nonni presero il fucile e andarono sui monti a fare la Resistenza e a noi chiedono solo di rimanere sul divano davanti a Netflix. Bello, esilarante. Ma a me piacerebbe combattere questo nemico, uscire, aiutare. E invece no. Devo stare qui. Avere paura. Ed è dura, più di quanto si creda. Magari hai un figlio piccolo che non può giocare con uno dei genitori e non capisce. Anzi sì, capisce eccome. E lo vedi diventare grande, quando sorride e cerca di far ridere te, che ti senti in colpa perché qualcuno è stato irresponsabile con te e pure perché tu, invece, sei responsabile e non esci con lui a giocare. La guerra di trincea ha fatto vittime anche perché era alienante, ma questo in un meme non funziona. 

Ecco, mi piacerebbe ci parlassimo, tutti. Raccontaste cosa fate e perché in questi giorni, cosa provate. Io proverò a farlo in questi giorni e settimane, perché questa pandemia sta riscrivendo in parte la mia grammatica emotiva, sentimentale, politica, sociale. E da “orso” mi rendo conto che ci manca, a me per primo, il confronto. Non mi pesa non dare baci, abbracci, strette di mano. Mai amato quanto fossero inflazionati questi gesti e sempre avuto problemi col contatto fisico con gli estranei. Ma ho scoperto che non sopporto il fatto che tutti stiamo lì a fare i giudici di X factor con le vite degli altri. E che non sappiamo più cosa sia l’empatia. Vedo la paura nelle parole che mi dite al telefono o scrivete. 

Ora siamo noi quelli di cui hanno paura, “che portano le malattie”. Lo vedo persino in chi mi sta vicino che farà un’enorme fatica a invitarmi a cena nei prossimi mesi (per la mia sociopatia è una festa), a starmi vicino con serenità, a lavorare nella stessa stanza. Ora gli altri siamo noi. Ricordiamocela bene questa sensazione. Perché così una crisi, un’epidemia potrebbero diventare una seconda possibilità. Quella di diventare, anzi tornare ad esseri umani. O di precipitare definitivamente laddove eravamo già diretti. Verso il fondo, e poi ancora più giù.
Ultimo aggiornamento: Venerdì 13 Marzo 2020, 13:25
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