Riccardo Silva, il ricorso al Tas che rischia di cambiare il calcio mondiale: «L'America accetti le regole della Fifa o si rischiano leghe private»
di Marco Lobasso

Riccardo Silva, countdown per la sentenza del tas sul calcio americano

Il calcio americano è a una svolta: continuare ad essere imprigionato dall'anacronistica regola dei campionati chiusi, senza promozioni e retrocessioni, senza appeal e meriti, figli di budget milionari; oppure, adeguarsi, come tutto il mondo, ai regolamenti Fifa e rispettare finalmente principi sportivi e meritocrazia. Mercoledì scorso a Manhattan i giudici del Tas di Losanna si sono riuniti per decidere sul ricorso dell'imprenditore italiano Riccardo Silva, proprietario del Miami FC e di Silva International Investments, leader nel mercato dei diritti televisivi nello sport e primo tra tutti a ribellarsi al sistema a stelle e strisce. Il calcio negli Stati Uniti è vicino a una possibile rivoluzione epocale. Il conto alla rovescia è iniziato.
 
 


Che succederà negli Usa, Riccardo Silva, se vincerà la sua battaglia di giustizia sportiva?
«Succederà che avrà trionfato il merito sportivo, il primo grande motivo che mi ha spinto a presentare il ricorso nel 2017. E accadrà anche che il calcio in America avrà finalmente campionati regolari, come recita l'articolo 9 del regolamento della Fifa: tutti i tornei devono essere fondati su promozioni e retrocessioni».
Non potrà quindi più accadere che il Miami vinca la seconda divisione Usa, come accaduto nel 2017, con un allenatore del livello di Alessandro Nesta, e che non venga promosso in massima serie.
«E che poi decida di giocare in quarta serie, deluso da tale ingiustizia, aggiungerei. Da noi vincere non equivale a essere promossi; è più importante possedere 200 milioni di dollari per iscriversi e disputare la Major League. Se il Tas ci darà ragione, il calcio in America rifiorirà. Ci sono 300 club sportivi che hanno firmato una petizione per chiedere questo cambiamento alla Federazione americana. Non siamo soli in questa battaglia».
Perché il calcio americano si è arroccato dentro un sistema così blindato e incapace di sviluppo?
«Credo sia soprattutto un problema culturale. Non si può equiparare il soccer agli sport guida negli Usa come il baseball, il basket, il football americano. Queste discipline hanno strutture fondate sul sistema delle università che formano i giocatori e che proprio per questo non hanno bisogno di sistemi di promozione e retrocessione. Il calcio Usa copia da oltre 20 anni queste discipline, senza avere il motore universitario come spinta, trasformando così i propri campionati in gare anti-democratiche. Una palese stortura».
Crede che il mancato boom del calcio in America dipenda solo dalle regole anti-sportive della Major League, e del suo strapotere nei confronti della Federazione Usa?
«Io vivo a Miami e vi assicuro che c'è grande interesse da noi per il pallone. L'America è il Paese delle grandi opportunità ed è assurdo pensare che non ce ne possano essere in un mondo calcistico così in evoluzione. Club, tifosi, atleti vogliono tutti il cambio delle regole. Abbiamo il potenziale per diventare in un decennio una grande potenza mondiale nel calcio».
Come guarda la Fifa al ricorso del Miami FC?
«Ho stima del presidente Infantino e credo che lui abbia a cuore il rispetto delle regole Fifa, molto più dei suoi predecessori. Spero abbia capito che il soccer negli Usa è davvero pronto a esplodere e anche che, se il mio ricorso sarà respinto e vincerà la MLS, saremo difronte a un pericoloso precedente e a situazioni potenzialmente ingovernabili: potrebbero nascere altre leghe private nel mondo».
In Europa, per fortuna, sembra prevalere la forza democratica di centinaia di club rispetto alla voglia di una SuperChampions che accontenti le società calcistiche più ricche, penalizzando i campionati.
«A maggior ragione il calcio in America deve uniformarsi alle regole Fifa e avvicinarsi di più al resto del mondo».

marco.lobasso@leggo.it
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Martedì 14 Maggio 2019, 05:01



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