Zucchero presenta D.O.C, il suo nuovo album: «La mia redenzione blues tra sacro, profano e ricordi»
di Rita Vecchio

Zucchero presenta D.O.C, il suo nuovo album: «La mia redenzione blues tra sacro, profano e ricordi»

Il suo desiderio è chiudere con un grande disco. Lo dice da anni. E intanto tutto quello che fa, lo fa bene. Zucchero, l’Adelmo Fornaciari di Roncocesi, il paesello emiliano dove nasce 64 anni fa e che ha girato il mondo con la sua musica, esce oggi con D.O.C., tra blues, soul, gospel, elettronica. E ritorna all’Arena di Verona, con 12 concerti - dal 22 settembre al 4 ottobre - per il tour mondiale che parte ad aprile dal Byron Bay Bluefest, in Australia. 

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D.O.C.: ha messo un bollo?
«Ho tribolato a cercare il titolo. Stavo consegnandolo senza (pensi che felicità per la discografica!). Ero partito da Suspicious Time, “tempo sospettoso”, che ho poi ho mantenuto nell’ultima canzone. L’acronimo Denominazione di Origine Controllata rispecchiava l’album, dove si parla di molta apparenza e poca sostanza e ha lo stesso significato in tutto il mondo. Solo dopo ho scoperto che queste tre lettere stanno anche per Disturbo Ossessivo compulsivo. Ci rido su». 

Che significa? 
«Se oggi non sei come gli altri, se non sei “cool”, non vali nulla. Vivo nella Lunisiana Soul, nelle campagne toscane, tra animali e prodotti della terra. In ogni brano è come se ci fosse per me un inizio di redenzione». 

Si sta avvicinando alla fede?
«Alla spiritualità. Visto che ho una certa età: “Just in case”, non si sa mai. Mi preparo».

Pensa alla fine e quindi ha un Dio?
«Può essere tutto, pure lo spirito di mia nonna. Ricordo mio padre, che non ha fatto mai entrare il prete in casa, se non quando la malattia degenerativa lo stava portando via. Si alzò dal letto, si fece il segno della croce, con gli occhi lucidi. Da figlio di buona donna come me, si sarà detto: “Just in case”, non si sa mai».

Nei testi, sacro e profano fanno a cazzotti.
«Per la prima volta nelle mie canzoni cito Roncocesi, dove sono nato. È il mondo che voglio ricordare. I tempi in cui nonostante ideologie diverse, umanamente ci si rispettava. Mio zio che litigava tutti i giorni con il prete perché era leninista. Ma poi, come Don Camillo e Peppone, lo invitava a pranzo la domenica, mi mandava a portargli le uova o a riempirgli il secchio d’acqua». 

E oggi?
«Ci si offende per il colore della pelle, nonostante tanto si sia fatto per i diritti umani».

Ha mai fatto testa e croce?
«Quando mi chiamarono per suonare a Woodstock nel ’94, cosa impensabile per un italiano. Lì ho fatto tac, e ho centrato. Ma è capitato che lo facessi pure per qualche ragazza».

Canta di giganti e nani. Chi sono?
«Il gigante è il potere arrogante in generale. Sono i potenti che vogliono essere cool, abbronzati e tatuati. I nani sono il popolo, gli emarginati».

E nella musica? 
«I giganti sono gli umili e poco cool. Partiamo da Sting, figlio di un lattaio. Ma anche Bono, Eric Clapton. Purtroppo ho conosciuto pure i nani, quelli che se la tirano senza motivo». 

E lei è un gigante?
«So di essere rispettato, ma a deciderlo saranno i posteri. Pavarotti diceva che è difficile arrivare al successo, ma è più difficile giustificarlo. E lo puoi giustificare solo facendo musica ogni giorno».

In “Badaboom (Bel Paese)” dice che “tutto è andato a puttane”. 
«È slang da bar. Abbiamo il paese più bello del mondo, ma è quello che abbiamo ereditato. Corruzione, Roma capitale, intrighi e coltellate alle spalle. Nonostante questo, per me casa resta l’Italia, l’unico paese dove voglio vivere». 

Tra le collaborazioni, De Gregori e Van De Sfroos. 
«È il primo che mi ha presentato il secondo. Van De Sfroos aveva già scritto un pezzo per mia figlia, e con un sms mi disse che aveva qualcosa per me. Con De Gregori siamo amici dai tempi di Diamante. Venne a Modena, nello studio dove stavamo registrando. Gli dissi che volevo scrivere un pezzo per mia nonna. Si prese una birra, si chiuse in una stanza e uscì con un testo perfetto».

Bono ha ascoltato il disco?
«Non ancora. Ma glielo manderò».

Rifarebbe qualcosa con Bocelli?
«L’ho scoperto, ho convinto la Caselli a prenderlo nella sua casa discografica, ho tifato per Sanremo. Quando gli chiesi di fare il “Va Pensiero”, però, lui mi disse che avevo toccato Verdi. È un purista. Il Va Pensiero l’ho poi fatto con Pavarotti: “Ciccio, il tuo Va pensiero è cantato con le viscere e con lo stomaco. Facciamolo!”. Duetterei con lui volentieri». 

Tra le tracce scartate, anche quelle di Miles Davis?
«Sono in cassaforte, come fossero reliquie. Miles mi diede la musica ai tempi di Dune Mosse: voleva ci mettessi le parole. Non è facile mettere il testo su jazz e blues. Stessa cosa per quelle di Clapton e Cocker. Chissà un giorno, magari, ci lavoro».

 
Venerdì 8 Novembre 2019, 08:00
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