Luca Carboni: «Passavo le notti con Dalla e Guccini a chiacchierare in trattoria»

Luca Carboni: «Passavo le notti con Dalla e Guccini a chiacchierare in trattoria»

di Rita Vecchio

Era un irriducibile. Dall’essere talento, a scopritore di talenti. Lucio Dalla era un talent scout ante litteram. E la storia di Luca Carboni è la conferma.
Che anni erano?
«Era il 1981. Reduce dai tre dischi - “Come è profondo il mare” (1977), “Lucio Dalla” (1979) e “Dalla” (1980) - stava lavorando al primo album degli Stadio. Gli portai alcuni miei testi mentre era a cena alla trattoria Da Vito, a Bologna, sperando che potesse curare la produzione della Teobaldi Rock, la mia band di allora».
Invece non accadde.
«Li lesse con Curreri. Da lì in poi Lucio per me è stato determinante, attratto dal linguaggio della mia generazione che cambiava. Amava scoprire e buttarsi in mille progetti. Amava i giovani. Si innamorò di “Purple Rain” di Prince (andavamo insieme ai suoi concerti). Passavamo le notti in quella trattoria da cui tutto ebbe inizio, insieme a Guccini (con la sua passione per i tarocchi) a parlare di vari argomenti».
C’è un’idea che non riuscì a concretizzare?
«I “due Lucio”. Tra “Banana Republic” con De Gregori e il “Dalla Morandi”, sognava l’album-tour con Battisti. Provò a incontrarlo, ma lui lo schivava. Sarebbe stato un evento storico».
Riuscì però con Luca Carboni cantautore.

«Chiese a un fonico di registrarmi di nascosto. Fu strano, uno choc, come se qualcuno mi avesse dato uno specchio per guardarmi per la prima volta. Non avevo mai ascoltato la mia voce».
Il singolo si chiamava “Ci stiamo sbagliando”. Invece non si sbagliò.
«Brano che cantava la generazione del voler mettere alle spalle gli anni di piombo, la Guerra Fredda. Sono suoi il sax e i cori, con lo pseudonimo di Domenico Sputo, che figurava anche sul campanello di casa. Lui veniva dal jazz quando Gino Paoli lo scoprì. Mia madre mi raccontava delle esibizioni di Lucio piccolino nelle sale parrocchiali. Ricordo gli anni di “DallAmeriCaruso” registrato al Village Gate di New York. Invitò tanti amici. Andai anche io, in giro per i club ad ascoltare concerti jazz. Uno fra tutti Gil Evans».
“Farfallina” coincide con la sua passione per la pittura. C’è un quadro dipinto per Dalla?
«Uno tra i primi. Raffigura un bambino sotto un tavolo che lui teneva nello studio privato».
Un ricordo?
«Dentro lo studio di registrazione litigavamo sempre (ride, ndr). Fuori lo studio, invece, c’è una frase che diceva: “Siamo davvero noi stessi quando diventiamo orfani”. Lui che è diventato cantautore dopo la morte della madre. È in quel trovare la forza nonostante il dolore, che c’è il grande Lucio».


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 2 Marzo 2022, 17:12
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