I Pinguini sbarcano a Sanremo: «Siamo nati da una birra scozzese e vogliamo una vita alla Ringo Starr»

di Claudio Fabretti
«Tutto nacque da una birra. Anche se non siamo grandi bevitori... Ce n’era una scozzese di 40 gradi che si chiamava proprio così: Pinguini Tattici Nucleari. Ci sembrava il nome perfetto per una band». E così, eccoli oggi, i seguaci bergamaschi del luppolo britannico, pronti a salpare per il loro primo Festival di Sanremo. Ne parliamo a Leggo con Elio (tastierista) e Riccardo (cantante), in rappresentanza del sestetto, che il 6 marzo sarà in concerto a Roma al Palazzo dello Sport.
 
 

Ve l’aspettavate la convocazione all’Ariston?
«No, è stata una bella sorpresa, siamo contenti. È una sfida impegnativa, ma ci sentiamo pronti».
La canzone si chiama Ringo Starr. Un omaggio?
«Sì, non solo al musicista dei Beatles, ma anche a un certo modo di stare al mondo, all’essere Ringo Starr, cioè l’unico di una band idolatrata da tutti a restare sempre defilato, un po’ lontano dai riflettori. Anche se poi era un batterista creativo, alcuni suoi beat sono diventati storici. Ad esempio, è stato uno dei primi a mettere dentro delle coperte tra i tamburi, cambiandone per sempre il suono».
Chi sono i vostri idoli sanremesi?
«Non siamo grandi appassionati del Festival, ma l’abbiamo sempre rispettato, è uno specchio della scena musicale italiana. Tre le canzoni degli ultimi anni, quelle di Gabbani e Mahmood ci sono piaciute in modo particolare».
Vi sentite “indie”?
«Abbiamo attraversato varie stagioni dell’indie. Quando abbiamo iniziato era qualcosa di diverso da oggi, ma non ci è mai piaciuto metterci troppe etichette. Fatto sta che finiamo sempre in playlist e categorie di quel tipo, e anche in festival affini, tipo l’ungherese Sziget».
Da Gabbani allo Stato sociale fino ai vostri brani, l’ironia ormai dilaga nel pop italiano. Non c’è il rischio che si inflazioni?
«No, se si riesce a essere leggeri, senza voler debordare nell’ironico o nel demenziale a tutti i costi. Oggi si cerca di far passare messaggi anche duri, satirici e sarcastici, attraverso un linguaggio lieve, per entrare più in sintonia con il pubblico. Un tempo c’era un approccio più serioso».
A proposito di ironia, De André ne era un maestro. Come mai avete scelto proprio “Fiume Sand Creek” per la vostra cover nel disco-tributo?
«È una canzone flessibile, ci consentiva degli stravolgimenti interessanti. Abbiamo cercato di fare oggi quello che la Pfm fece negli anni 70 con i suoi brani. Poi potrà non piacere, ma abbiamo voluto osare».
E il fumetto sui Pinguini Tattici Nucleari?
«Ci piaceva l’idea che i lettori potessero entrare di più nel nostro universo. Oltre a essere bellissimi, questi fumetti - realizzati da 10 tra i più conosciuti disegnatori contemporanei - regalano molti spunti sulle nostre canzoni, da dove nascono e come si sviluppano».
Che obiettivo vi ponete a Sanremo?
«Essere noi stessi, senza snaturarci. Il Festival non ci cambierà».
E il nuovo album?
«Ci sono nuove canzoni in cantina, ma non sappiamo ancora come e quando entreranno in un disco. Vedremo dopo Sanremo».
 
 

Giovedì 9 Gennaio 2020, 08:35
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