Nancy Brilli scrive su Leggo: «La capanna di Giada»

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Giada non riesce a staccarsi dal letto. Continua a guardare serie tv, segue i social, legge, ma rientrare nel mondo le è diventato difficile. L’unica attività, oltre a fare la spesa, è quella di portare giù il cane. Se ci pensa, sa che questo della pandemia è stato un colpo pesante, le è rimasto dentro e non lo ha superato. Giada non è la sola, me ne arrivano diverse, di storie così. Che è successo? Pare che questa faccenda abbia un nome: sindrome della capanna. La paura cioè di lasciare il luogo che per mesi ci ha fatto sentire al sicuro, si immaginano le cose peggiori e aumentano le paure: del futuro, della malattia, del prossimo, di prendere decisioni, di avere una vita non organizzata da un’autorità. 

Come uscirne? Dicono che per sentirsi protetti bisogna fare cose realistiche, tenersi occupati, impegnare le mani. Sai cucinare? Fallo. Non sai cucinare? Impara. Cura delle piante. Scrivi un diario. Un pezzetto per volta, riconquista la tua vita. Mica devi partire subito per la Parigi-Dakar, eh? Inizia con un giretto col cane un po’ più lungo. Se hai scritto a me, il desiderio di non trattenere più il fiato è già presente. Cerca un pezzetto di natura, e respira, Giada. Respira.


Ultimo aggiornamento: Martedì 29 Novembre 2022, 10:26
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