Milano, la caposala in trincea al Sacco: «I malati hanno solo noi, ci parlano con gli occhi»

di Simona Romanò
«Ne usciremo. Ma tutti con le ossa rotte, emotivamente provati. Tantissime persone sono in lutto per la morte di parenti, amici o conoscenti. Si perdono genitori, nonni, mariti, mogli nel modo più crudele, senza nemmeno poterli vedere, salutare per l’ultima volta, stringergli la mano. Perché i malati Covid- 19 sono in isolamento e i familiari sono spesso in quarantena, blindati a casa, che aspettano ogni giorno una chiamata per il bollettino medico». Cristina Piotti, 52 anni, è caposala del reparto malattie infettive-terza divisione del Sacco, uno dei centro di riferimento nazionale per l’emergenza sanitaria. Da più di un mese Cristina è in trincea. «Con turni di lavoro di oltre 10 ore al giorno, bardati per difendersi dal contagio», spiega. Nonostante la fatica sul volto segnato dalla mascherina, la voce è solare e rassicurante, a tratti rotta dalla commozione.
I malati sono nelle vostre mani.
«Ce la mettiamo tutta. Ma i contatti, sebbene siamo bardati, devono essere limitati perché li dobbiamo trattare come pazienti altamente contagiosi. Non possiamo neanche tenergli la mano e questo è struggente, perché il contatto fisico è consolatorio. Scriviamo cartelli, utilizziamo il cellulare e cerchiamo di dargli forza con parole e sguardi. E anche loro imparano presto a parlarci con gli occhi».
Cercano un gesto di affetto?
«Lo vorrebbero, ma hanno anche paura di infettarci e sono attenti. Sono tenerissimi. E fragili se qualcosa inizia ad andare storto». Che cosa va storto? «Il Covid-19, nelle forme più gravi, non ti permette di respirare ed è come annegare. È in quei momenti che leggi il panico nei loro occhi. Li aiutiamo con mascherine e caschi, un salvavita che fa molto rumore ed è difficile da sopportare. È dura, non sa quanto».
Racconti.
«È una sofferenza per un paziente non avere la propria famiglia accanto. Ed è un problema anche pratico, perché a volte ai ricoverati manca tutto, dai fazzoletti al pigiama».
E voi?
«Andiamo al supermercato a prendere il necessario».
Siete i loro angeli custodi?
«Li abbiamo adottati. C’è una gara di solidarietà però che coinvolge tutti e in ospedale nessuno si è mai tirato indietro».
Temete a volte di non farcela più?
«Noi dobbiamo reggere finché questo macello non finisce. Noi non molliamo un istante. Per questo supplico i milanesi di aiutarci, di stare a casa, perché se il virus sfonda a Milano il sistema rischia il collasso. Siamo già a dura prova».
Avete crolli emotivi?
«Io posso permettermi di piangere da sola, quando ritorno a casa in macchina o sotto la doccia. Al lavoro devo trasmettere sicurezza e in famiglia tranquillizzare mio marito Antonio e i figli, Greta e Andrea di 15 e 17 anni».
Com’è cambiata la sua vita?
«È stata stravolta. Mi chiedo sempre: e se mi porto dietro qualcosa dall’ospedale? Così adotto anche a casa piccole precauzioni che mi fanno stare tranquilla: vedo mia madre dalla finestra, non abbraccio più i miei figli da un mese, indosso la mascherina più leggera, dormo sola. Però mangiamo insieme, anche se distanziati, perché è l’unico momento di famiglia che ci resta».

Ultimo aggiornamento: Lunedì 30 Marzo 2020, 08:13
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