Forum Barilla, il cibo etnico ci conquisterà. E vale 3 miliardi di euro

Forum Barilla, il cibo etnico ci conquisterà. E vale 3 miliardi di euro

Dopo il successo del 2016, la Francia si riconferma prima all’interno del Food Sustainability Index, l’indice sviluppato dall’Economist Intelligence Unit in collaborazione con il Barilla Center for Food & Nutrition (BCFN) che analizza la sostenibilità del sistema alimentare di 34 Paesi rappresentanti l’87% del PIL globale e 2/3 della popolazione mondiale.  L’indice è stato presentato in occasione dell’8° Forum della Fondazione Barilla su Alimentazione e Nutrizione, che si svolge il 4 e 5 dicembre a Milano.
 
La Francia rimane leader indiscusso in sostenibilità alimentare, grazie all’ottima performance ottenuta sui tre pilastri alla base del Food Sustainability Index: spreco di cibo, agricoltura sostenibile e sfide nutrizionali. Il Paese d’Oltralpe viene riconosciuto il migliore per aver adottato politiche concrete per la riduzione dello spreco, sia a livello industriale che domestico, in un mondo dove circa un terzo di tutta la produzione globale di cibo viene buttata via. La classifica continua con Giappone, Germania, Spagna, Svezia, Portogallo, Italia, Sud Korea e Ungheria: questi sono i Paesi che hanno dimostrato di avere una politica governativa forte ed efficace su temi come lo spreco di cibo, le pratiche agricole attente alla tutela dell’ambiente, l’innovazione in agricoltura e l’educazione alimentare.
 
Nonostante la classifica denoti come i Paesi ad alto reddito abbiano performance molto positive all’interno dell’Index, ci sono alcune eccezioni. Qualche esempio? Pur avendo il più alto PIL pro capite, gli Emirati Arabi Uniti si classificano all’ultimo posto, mentre l’Etiopia, il Paese più povero – tra quelli analizzati dall’Index – raggiunge un ragguardevole 12° posto. Gli Emirati Arabi Uniti condividono con gli altri Paesi del mondo arabo, valutazioni negative per l’eccessivo spreco alimentare, l’aumento costante dell’obesità tra la popolazione e l’agricoltura sostenibile che si traduce in scarsità di acqua e la conseguente dipendenza dalle falde acquifere e da costosi impianti di desalinizzazione.
In questa classifica globale, gli Stati Uniti si trovano al 21° posto anche a causa di un 31° posto ottenuto per agricoltura sostenibile. In termini di sfide nutrizionali, gli USA si posizionano al 24° posto trainati dall’elevato consumo di carne e grassi saturi e dal fatto che il contenuto di zuccheri nella dieta degli americani è la più alta tra tutti i 34 Paesi analizzati dallo studio.
 


Martin Koehring, redattore capo dell’Economist Intelligence Unit, ha dichiarato: “I sistemi alimentari sostenibili sono indispensabili per il raggiungimento dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) promossi dalle Nazioni Unite. In particolare, porre fine alla fame, garantire la sicurezza alimentare e il benessere e promuovere l’agricoltura sostenibile entro il 2030. Tuttavia, i principali cambiamenti globali come i mutamenti climatici, la rapida urbanizzazione, il turismo, i flussi migratori e la tendenza a seguire regimi alimentari “occidentali”, stanno mettendo l’intero sistema cibo sotto pressione. Il Food Sustainability Index vuole essere uno strumento per aiutare istituzioni e stakeholder a definire politiche efficaci per migliorare la sostenibilità del sistema alimentare”.
 
ITALIA “CAMPIONE” IN AGRICOLTURA SOSTENIBILE E BENE NELLA LOTTA ALLO SPRECO. 19° SU SFIDE NUTRIZIONALI
L’Italia, secondo la nuova classifica del Food Sustainability Index, si posiziona al settimo posto. Un dato che, se confrontato con il sesto posto dell’anno precedente, potrebbe sembrare negativo, ma che in realtà è dovuto all’inserimento di altri 9 Paesi, tra cui appunto Svezia e Portogallo – aggiunti nel FSI 2017 - senza i quali il nostro Paese sarebbe rientrato nella “top five”. L’Italia mostra, secondo il Food Sustainability Index, diverse luci ma anche alcune “ombre” sulle quali appare fondamentale lavorare. Bene, davvero, per quanto riguarda la sostenibilità della produzione agricola, che permette all’Italia di arrivare prima, subito davanti alla Colombia e alla Germania. In particolare, il successo dell’Italia è giustificato da ottime performance per quanto riguarda la “Water scarcity” e il “Water management”, a riprova che ad essere apprezzata non è soltanto la disponibilità di acqua di cui godiamo, ma anche la capacità di gestione che ne viene fatta. Per quanto riguarda la lotta allo spreco, l’Italia compie un grande passo avanti passando dal 9° posto del 2016 al 4° di quest’anno, dietro soltanto a Francia (che si fa apprezzare per il forte impegno profuso in questo ambito negli ultimi anni), Germania e Spagna. A premiare l’Italia è l’impegno nella “Policy response to food loss” e nel “Food loss”. Molto invece può essere fatto per quanto riguarda le cosiddette “Solution to distribution-level loss”, che nella valutazione hanno penalizzato il Paese. Infine, il punto su cui molto può e deve essere fatto riguarda le sfide nutrizionali. In questo particolare ambito, l’Italia si posiziona al 19° posto. Paga soprattutto risultati migliorabili per quanto riguarda la percentuale di bambini sovrappeso nella fascia tra i 5 e i 19 anni di età (ma anche negli adulti). Un dato che va preso in forte considerazione se si abbina al basso numero di persone che raggiungono effettivamente il livello di attività fisica raccomandata a settimana. Insomma, il distacco dalla “Dieta Mediterranea”, che da molti viene indicata come un fattore che si sta affermando tra le fasce di età più giovani del Paese, rimane uno dei punti su cui i decisori sono chiamati a focalizzare la loro azione.
“L’index si conferma un utile strumento per individuare quelle aree in cui è necessario lavorare per garantire un rapporto col cibo, in termini di produzione e consumo ma anche di lotta allo spreco, che sia il più sostenibile possibile” dichiara Guido Barilla, Presidente BCFN. “Rispetto allo scorso anno abbiamo lavorato per rendere questo strumento ancora più preciso e ampio, per riuscire così a guardare meglio al cibo non solo in termini di “gusto”, ma a 360°, permettendo agli studiosi e ai decisori politici di capire come orientare ricerche e scelte politiche. Tutti noi italiani restiamo convinti che il nostro cibo sia il più buono come gusto, ma sono ancora diverse le sfide che ci aspettano per riuscire a rimanere al passo con quei Paesi che ci stanno davanti nella classifica” ha concluso Barilla.
 
IL FOOD SUSTAINABILITY INDEX
L’edizione 2017 del Food Sustainability Index analizza 34 Paesi in base alla sostenibilità del loro sistema alimentare. Questi Paesi rappresentano l’87% del PIL globale e due terzi della popolazione mondiale. Rispetto all’edizione precedente, ai 25 Paesi del 2016, se ne sono aggiunti altri 9: Spagna, Marocco, Grecia, Portogallo, Tunisia, Libano, Giordania, oltre a Svezia e Ungheria, mentre il quadro metodologico è stato affinato e rafforzato con l'aggiunta di 8 nuovi indicatori per un totale di 66.
Quest’anno, insieme all’Index è disponibile anche un focus di approfondimento dal titolo: “Fixing Food: The Mediterranean Region” che analizza le tematiche di sostenibilità alimentare nell’area del Mediterraneo attraverso le varie sfide sociali, economiche e ambientali dei vari Paesi. Tra i nuovi contenuti di quest’anno anche un sommario generale, alcune infografiche con le principali evidenze mondiali e degli articoli di approfondimento sulla sostenibilità alimentare dei Paesi arabi, di Francia, Germania e Stati Uniti.
Il Food Sustainability Index è stato realizzato dall’Economist Intelligence Unit in collaborazione con la Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition (BCFN), come parte di un programma di ricerca commissionato da BCFN. Il FSI ha lo scopo di indagare le questioni chiave che impattano sulla sostenibilità alimentare attraverso tre “pilastri”: lo spreco di cibo, l’agricoltura sostenibile e le sfide nutrizionali. La classifica del Food Sustainability Index non vuole esprimere giudizi, ma nasce come uno strumento per capire e monitorare le prestazioni e i miglioramenti dei Paesi analizzati rispetto alle principali sfide del sistema alimentare globale.

ITALIANI E CIBO, LE ABITUDINI E LE PROSPETTIVE
Quanto cibo “etnico”, è entrato a far parte a tutti gli effetti della alimentazione dei Paesi occidentali? In Germania, Francia, Italia e Spagna, a fronte di un mercato alimentare che vale complessivamente 321 miliardi di euro, la quota cosiddetta "etnica" relativa agli alimenti per uso domestico ammonta a circa 3 miliardi di euro. Un risultato cui hanno contribuito probabilmente sia i flussi migratori, che stanno contribuendo a cambiare in qualche misura anche le nostre abitudini alimentari, sia la costante ricerca di nuovi sapori da parte dei cuochi, dei produttori alimentari e degli stessi consumatori locali. Ma noi italiani siamo davvero così pronti ad allargare le nostre abitudini a tavola? Demos ha realizzato con la Fondazione Barilla for Food & Nutrition uno studio, presentato in occasione dell’8° Forum Internazionale su Alimentazione & Nutrizione di BCFN, per capire come stanno cambiando le nostre abitudini alimentari.
 
Ebbene, 1 italiano su 2 pensa che da qui a 10 anni sulle nostre tavole sarà visibile, molto o moltissimo, questo cambiamento.
Questa percezione di cambiamento prevale soprattutto tra gli over 65 (61,4% della fascia d’età in esame) e tra le donne (60,5%). Sono loro, in buona parte, a determinare questo risultato. Di contro, sono i più giovani (15-24 anni) a percepire meno di tutti questo cambiamento futuro (38,5% del campione in questa fascia). Le ragioni di questa differente percezione tra persone più e meno giovani potrebbero essere presto spiegate: se da una parte i giovani sono stati esposti fin dalla nascita alla presenza di cibi di altre culture, essi sono anche gli attori che vivono maggiormente questo cambiamento, tanto da non percepirlo, gli over 65 - che in passato dovrebbero già aver assistito a qualcosa di simile – potrebbero, invece, percepire con maggiore lucidità l’avvicinarsi di novità pronte ad affermarsi anche a tavola. Se andiamo poi ad approfondire meglio questo dato scopriamo, a riprova di quanto detto, che gli stessi giovani sono la parte del campione che è più aperto al cibo etnico e che ne consuma di più (39,3% nella fascia 15-24 anni dichiara di andare in ristoranti etnici).
Quali i fattori che influiranno di più? Nella percezione degli italiani intervistati, le variabili che maggiormente influenzeranno sulle scelte alimentari da qui ai prossimi 10 anni, saranno i “cambiamenti climatici” (citate dal 79,6% del campione), seguiti dai “prezzi delle materie prime” (78,2%) e dai “social media” (70,4%). In questa ipotetica graduatoria le “migrazioni e i contatti con le nuove culture” si fermano al penultimo posto, indicate “solo” dal 65,6% del campione.
Ancora più interessante è notare in “come” e in “cosa” questi cambiamenti di abitudini alimentari si tradurranno sempre nei prossimi 10 anni. Per il 69,8% aumenterà il “consumo di cibi biologici”, per il 63,2% quello dei “cibi funzionali” (ossia i senza glutine, senza lattosio, ecc.) e per il 59,7% i “cibi a Km 0”. L’aumento dei “cibi etnici” si ferma al 47,4%, ben distante, peraltro, dalle altre categorie di risposte (anche se meglio piazzato rispetto a quelli che molti considerano come i “cibi del futuro”, ossia “cibi esotici, come gli insetti”, che arrivano appena al 25,2%). Questi dati fanno pensare che gli italiani siano piuttosto radicati rispetto alle proprie abitudini alimentari. Non a caso chi crede maggiormente nella possibilità di diffusione dei cibi etnici sono soprattutto gli studenti, gli stessi che non vedevano molto i cambiamenti.
Ma che gli italiani, a tavola, siano un popolo di “nazionalisti”, lo conferma sempre la ricerca Demos-BCFN. È la preferenza per il nostro cibo, infatti, che sembra mettere d’accordo un po’ tutti, soprattutto a partire dai 34 anni in su. Circa 3 intervistati su 4, infatti, confermano che “si sentono a loro agio solo quando mangiano cibo italiano”, “si sentono sicuro solo quando mangiano cibo italiano” e affermano di “mangiare solo cibo italiano”. Non sarà un caso dunque notare che circa il 50% del campione non va mai in ristoranti etnici, non compra cibo da asporto etnico né lo cucina. Eppure, è anche interessante notare che molte di queste posizioni possono essere dettate da una scarsa conoscenza delle altre cucine (3 italiani su 4 “non ricercano cibi nuovi e diversi” e solo il 34,9% del campione afferma di “apprezzare i cibi di culture differenti”). Non stupisce neppure che, dovendo citare la cucina etnica preferita, quasi allo stesso modo (41,8% e 41,2%) gli intervistati trovino naturale citare quella cinese e quella giapponese, che sono anche le cucine cosiddette “etniche” presenti ormai da più tempo e in maniera capillare sul territorio italiano. Insomma, italiani aperti al cambiamento a tavola ma … con moderazione.



CIBO E MIGRAZIONI
1 miliardo. Tante sono le persone che nel mondo vengono considerate “migranti”, perché si spostano all’interno del proprio Paese di nascita e residenza (760 milioni) o perché residenti in un Paese diverso da quello dove sono nati (244 milioni). In questo quadro generale, Mediterraneo ed Europa sono al centro del dibattito (dal 2010 al 2015 sono migrati da vari Paesi in Europa Centrale 5,4 milioni di persone e 4,5 milioni nell’Europa Mediterranea), anche se in un’ottica di rotte percorse quella che va dal Sud del Pianeta verso il Nord e in particolare dall’Africa verso l’Europa sembra riguardare poco meno del 10% dei migranti africani (circa 90% di chi emigra in Africa lo fa entro i confini del continente, come nel caso dell’Africa occidentale dove l’84% della popolazione migrante si è spostata all’interno dei confini dell’Economic Community of West African States[4]). In questo percorso, sia in termini di sviluppo economico che di integrazione delle abitudini culturali, il cibo potrebbe ricoprire un ruolo predominante, sia perché resta una delle principali cause di migrazione, sia perché può rappresentare un’opportunità– per i Paesi di destinazione. Sono queste, alcune delle principali evidenze dello studio “Food & Migration. Understanding the geopolitical nexus in the Euro-Mediterranean” (www.foodandmigration.com), presentato in occasione dell’8° Forum della Fondazione Barilla su Alimentazione e Nutrizione, realizzato da MacroGeo insieme a Fondazione Barilla for Food & Nutrition per capire come la diffusione di abitudini alimentari dei migranti, in particolare dall'Africa, sta cambiando il Panorama culturale europeo.
“Comprendere le ragioni che generano i flussi migratori è fondamentale – spiega Lucio Caracciolo Presidente di Macrogeo - per capire come questi evolveranno nel tempo e come, poi, andranno ad influire sulle nostre abitudini. Compiere questa analisi guardando al mondo del cibo è uno step ulteriore, perché il cibo è cultura, convivialità e, appunto, integrazione. Le scelte alimentari possono indicare la volontà di mantenere vivi i ricordi delle esperienze dei luoghi di origine o - al contrario - il desiderio di distanza da ciò che è percepito come un frammento del passato. Ma il cibo deve essere visto anche come strumento per raggiungere gli obiettivi che vengono posti dall’agenda 2030 dell’ONU, perché dobbiamo imparare a produrlo limitandone l’impatto sull’ambiente e perché è elemento fondamentale per superare i paradossi sociali”.
 
MIGRANTI: 1,9% SI SPOSTA PER INSICUREZZA ALIMENTARE, PIU’ DELLO 0,4% CHE FUGGE PER LA GUERRA
Ancora oggi, in generale quando si parla di migrazione, ogni punto percentuale di aumento dell’insicurezza alimentare costringe l’1,9% della popolazione a spostarsi[5], mentre un ulteriore 0,4% fugge per ogni anno di guerra. Lo studio di MacroGeo e BCFN, partendo anche da questi dati di scenario, si focalizza sulla situazione africana e su come - negli ultimi decenni - i principali flussi migratori da e all'interno del continente sono concause della rottura dei sistemi alimentari tradizionali, a seguito dei cambiamenti climatici e della siccità (come nei paesi del Sahel negli anni '70); da politiche alimentari “inadeguate” (come in Etiopia negli anni '80); o da “controversi” accordi commerciali (come in molti paesi dell'Africa occidentale dagli anni '90). “Cibo e migrazione sono realtà strettamente connesse: si emigra per l’insicurezza alimentare, perché i cambiamenti climatici impediscono di produrre cibo in alcune parti del mondo. E i cambiamenti climatici sono, in buona parte, prodotti dal modo in cui si produce il cibo stesso”, spiega Guido Barilla, Presidente della Fondazione Barilla. “L’agricoltura è responsabile del 24% dei gas a effetto serra: più dell’industria (21%) e dei trasporti (14%)[6]. Le forti spinte demografiche, come accade in Africa, fanno il resto nella scelta di emigrare. Dobbiamo riuscire a rompere questo schema con politiche non solo di integrazione, ma anche di supporto allo sviluppo che, però, non può non essere sostenibile, come indicato dall’Agenda 2030 dell’ONU”.
 
Il caso dell’Africa evidenzia tra i fattori che determinano la migrazione sia quelli ambientali dovuti ai cambiamenti climatici e alla disponibilità di risorse (l'Africa ha circa il 9% dell’acqua potabile presente nel mondo, ma in zone come quella subsahariana secondo l'OMS, 319 milioni di persone nel 2015 non avevano ancora avuto accesso a una fonte di acqua potabile), che quelli legati a una sempre crescente pressione demografica (attualmente ci sono 1,2 miliardi di persone nel continente che si stima nel 2050 saranno 2,4 miliardi), che genera di conseguenza un aumento di richiesta di cibo; da guerre e conflitti; da problemi economici e sociali come povertà, mancanza di lavoro e scarsa protezione sociale. “Il fenomeno migratorio – conclude Caracciolo – richiede una progettualità di medio-lungo termine, basata su un concetto di “partenariato” tra Paesi di origine e di destinazione. E’ fondamentale investire nello sviluppo economico e umano dei paesi di origine, coinvolgendo non solo i Paesi del Mediterraneo, ma tutti i principali attori geopolitici rilevanti dell'area, come gli Stati Uniti, la Cina e i paesi del Golfo, nell’ottica di una Cooperazione internazionale”.
 
CIBO “ETNICO”: SPINTA PER IL MERCATO, IN EUROPA OCCIDENTALE VALE 3 MILIARDI DI EURO
Ma la migrazione può e deve essere vista non solo come una sfida in termini di integrazione, ma anche come una vera e propria risorsa. Il cibo, in questo senso, può ricoprire un ruolo fondamentale. Confrontando i numeri degli abitanti con i bacini di approvvigionamento di prodotti alimentari, si può notare che la distribuzione alimentare dei nove principali mercati dell'Europa occidentale (Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Spagna, Belgio, Paesi Bassi, Austria e Portogallo) nel 2016 è arrivata a 427 miliardi di euro (+4,3 miliardi di euro per i prodotti di consumo e +0,9% rispetto al 2015). In Paesi come Germania (121miliardi di euro), Francia (100), Italia (57) e Spagna (43)4  il volume totale del mercato ammonta a circa 321 miliardi di euro e la quota "etnica"[7] per gli alimenti per uso domestico ammonta a circa 3 miliardi di euro. Quota che in futuro potrebbe crescere, come mostra il caso degli Stati Uniti. Qui la “famiglia dei prodotti etnici”, rispetto al mercato alimentare, raggiunge un volume d'affari di 10,5 miliardi di euro. Insomma, integrazione e condivisione stanno dando vita, anche nel mercato transfrontaliero, alla costante ricerca di nuovi sapori da parte dei cuochi, dei produttori alimentari e dei consumatori locali, che si traduce in un beneficio economico concreto. Un esempio? La crescita del mercato delle spezie e delle erbe aromatiche, che si stima possa arrivare fino a 8,74 miliardi di euro nel 2020 con un tasso di crescita del +5% su base annua.
 
LE RACCOMANDAZIONI DI FONDAZIONE BARILLA E MACROGEO SU “MIGRAZIONE-CIBO”
La migrazione è un fenomeno strutturale. Nel medio-lungo termine serve investire nello sviluppo economico e umano dei Paesi di origine e i problemi legati alla migrazione non vanno affrontati solo attraverso politiche di migrazione o attuando politiche "uguali per tutti", bensì è fondamentale elaborare strategie specifiche per Paese, tenendo conto delle differenze interne.
Serve un vero approccio di cooperazione. I flussi migratori Sud-Nord richiedono un coinvolgimento a livello globale dei principali attori geopolitici, come Stati Uniti, Cina e paesi del Golfo. La cooperazione internazionale legata a queste aree deve tenere conto dell'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.
Seguendo il "Piano Marshall per l’l'Africa" realizzato dalla Germania, cibo e agricoltura devono essere considerati i pilastri fondamentali per una nuova collaborazione con l'Africa. Servono interventi specifici sull'agricoltura, politiche su cibo e nutrizione stabilite dall'UE, ma anche accordi sui flussi migratori con i paesi di origine dei migranti.
Nel formulare e attuare le misure di adattamento ai cambiamenti climatici, non si possono trascurare le sinergie e i compromessi con gli impatti ambientali e la mitigazione del clima.
Le rimesse dirette sono importanti per connettere i risparmi individuali dei migranti allo sviluppo dei paesi di origine e possono facilitare lo sviluppo sostenibile.
È necessario sensibilizzare la società per contrastare lo sfruttamento illegale del lavoro agricolo.
Un nesso chiave tra la demografia e lo sviluppo economico è l'emancipazione delle donne. Pertanto il ruolo delle donne dovrebbe essere al centro di qualsiasi strategia di co-sviluppo e sviluppo sostenibile.
È necessario un programma di ricerca sul "legame tra migrazione e alimentazione" nei paesi di destinazione. Il cibo ha un enorme ed inesplorato potenziale di integrazione perché agisce come fattore di inclusione.
Lo sviluppo di catene del valore agroalimentari sostenibili, integrate, redditizie ed imprenditoriali nel Mediterraneo può svolgere un ruolo importante al fine di stabilizzare i flussi migratori, migliorare la sicurezza alimentare, lo sviluppo rurale e il sostentamento dei piccoli proprietari.
Martedì 5 Dicembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 11:05
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