Mario Lavezzi: «Cinquant'anni di musica tra canzoni da scrivere e talenti da lanciare»

Mario Lavezzi: «Cinquant'anni di musica tra canzoni da scrivere e talenti da lanciare»

di Totò Rizzo

Galeotto fu il Quinto Reggimento di Fanteria “Aosta” a Messina. Lì, oltre lo Stretto, in caserma, Mario Lavezzi era talmente nostalgico della sua Milano e soprattutto dei primi passi del suo cammino nel mondo della musica (che sarebbe poi durato oltre mezzo secolo e ancora continua) stoppati da una cartolina di precetto, che scrisse “Il primo giorno di primavera”. A marzo del ’69 la incisero i Dik Dik, mesi dopo era prima a “Hit Parade”. «Fu in quel momento che ho capito una cosa fondamentale».

Cosa, Lavezzi?

«Che la vita dà e toglie. Ti offre un’occasione, poi magari te ne fa perdere un’altra ma ecco che te ne regala un’altra ancora».

Dice questo anche ai ragazzi che partecipano a Campusband, il contest di cui è direttore artistico, sostenuto dalla Siae, in cerca di promesse della musica?

«Certo. È importante credere in sè e saper cogliere l’occasione giusta quando si presenta. Quest’anno le iscrizioni scadono il 15 giugno, poi la selezione per 12 finalisti: 4 band, 4 cantautori, 4 interpreti tutti in concerto a Milano, al Castello Sforzesco».

Niente luccichii e riflettori di talent televisivi.

«Al primo assoluto offriamo un contratto per incidere il primo singolo e per girare su quel brano il primo videoclip e ai primi classificati delle due sezioni dalle quali non è venuto fuori il vincitore assoluto borse di studio per il CPM, la scuola di Franco Mussida a Milano, e per il CET di Mogol».

Intanto lei celebra i 50 anni – e spicci – di musica con una sorta di opera omnia.

«Si intitola “…e la vita bussò” non solo per citare la canzone che scrissi per Loredana Bertè ma per affermare quel concetto di cui dicevo all’inizio: la vita bussa e tu devi esser pronto ad aprire. Un cofanetto con 58 canzoni, un’antologia della mia carriera di compositore, cantautore e produttore. E mi sono regalato anche una “chicca”: dei 45 giri dei miei esordi con i Trappers – avevamo anticipato i tempi anche se non facevamo trap – e con i Camaleonti».

Gavetta dura, in quei primi anni Sessanta.

«Si facevano almeno 260 serate all’anno, si suonava nelle balere, nei dancing, si faceva ballare la gente. I Trappers furono il mio primo complesso, cantavamo in un inglese un po’ maccheronico così un giorno decisi di tradurre in italiano “Yesterday” dei Beatles. Venne a vederci un discografico della CGD, ci trovò interessanti, il primo contratto lo firmarono per me: avevo soltanto 16 o 17 anni. Nei Trappers c’era anche Tonino Cripezzi che sarebbe diventato la voce dei Camaleonti che furono invece la mia seconda band: mi chiesero di entrare perché era andato via Ricky Maiocchi che aveva voglia di fare il solista. Nemmeno il tempo di assaporare la popolarità – soprattutto con “L’ora dell’amore”, la cover di “Homburg dei Procol Harum, che vendette 1 milione e mezzo di copie – che arrivò la cartolina per il servizio di leva».

Sembra un destino però quello di stare più dietro le quinte - autore, produttore, arrangiatore, talent-scout, insomma un music maker come la definiscono gli amici – che sul palco. Mai pensato di aver messo troppo da parte la carriera di interprete?

«No, mai avute ambizioni da numero 1. E poi non credo che un autore o produttore possa soffrire di una sindrome “da delega” se a rappresentarlo sono artisti come Dalla, Bertè, Morandi, Vanoni, Califano, Mannoia, Oxa, Ramazzotti».

La canzone del cuore, tra le tante che ha scritto.

«“Il primo giorno di primavera” è stato il primo grande successo. Ma sono molto legato anche a “Vita” che esplose con il “Dalla-Morandi”. La scrissi con Mogol. Fu Giulio a proporla a Lucio. Io ero scettico, a Lucio piacque subito. È una hit a tutt’oggi, dopo più di trent’anni».

La sua più bella scoperta da talent-scout.

«La vena rock di Loredana Berté (con la quale Lavezzi ebbe anche una lunga relazione sentimentale, ndr.). “Bandabertè” rimane ancora uno dei più bei dischi che abbia prodotto e “Dedicato” di Fossati con “…e la luna bussò” scritto da me – che in quell’album erano contenuti – sono ancora due caposaldi del repertorio di Loredana. Poi mi sarebbe piaciuto lavorare su un talento puro come quello di Alessandro Bono: ma la tragedia dell’eroina ce lo ha portato via troppo presto».

Da produttore, l’artista più rigoroso, il più disciplinato.

«Fiorella Mannoia, senza dubbio. E se avesse avuto sempre lo stesso rigore Anna Oxa… Ma disciplinato è un termine che non mi piace. Un artista non dev’essere uno yesman nelle mani del produttore così come un produttore non deve cedere ai capricci dell’artista. L’importante è confrontarsi, discutere. Le dirò: nel rapporto produttore-artista litigare è sempre salutare».

Lei “fabbrica” musica da oltre 50 anni: da quando ha cominciato ad oggi, quali sono le differenze?

«Non si possono paragonare gli anni ’60 e ’70 con oggi ma nemmeno con gli ’80 o i ’90. Ogni decennio ha avuto le sue tendenze, le sue mode, i suoi guizzi di genialità e il suo mainstream. C’è stata una parabola discendente, soprattutto nel consumo, nell’ascolto: oggi un prodotto si brucia nel giro di un mese, un mese e mezzo. La musica mi sembra sia diventata fluida. Anche troppo».


Ultimo aggiornamento: Martedì 31 Maggio 2022, 19:08
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