Ludovico Einaudi, sette album per sette mesi: «Il cammino diventa musica»
di Rita Vecchio

Ludovico Einaudi, sette album per sette mesi: «Il cammino diventa musica»

 Ludovico Einaudi e le sue variazioni sul tema. Il pianista torinese pubblica sette album per sette mesi e per sette ore di musica. E li intitola, “Seven days walking”. Day One - il primo disco uscito per Decca il 15 marzo e registrato a Schloss Elmau in Germania e negli Air Studios di Londra - fa da apripista agli altri che (in digitale) verranno alla luce mese dopo mese, e che a novembre diventeranno un cofanetto. È il venticinquesimo disco dopo “Elements”, uscito quattro anni fa, e di una carriera pluri trentennale tempestata anche di composizioni per musica da camera, orchestra, balletto e cinema (Michele Placido, Nanni Moretti, Jo Baier).
Un progetto coraggioso e inedito, maestro.
«Rientra nella natura della creazione della scrittura musicale, dove ci sono dei percorsi che mano a mano si creano. Come delle porte che si aprono. Dei bivi che si incontrano. Delle strade che si scelgono di prendere. Come queste sette registrazioni, variazioni sugli stessi temi musicali e che si fanno metafora di un percorso immaginario. Sembra impresa faraonica, ma è normale ci siano più versioni di un pezzo. Io sto pubblicando ciò che di solito resta nascosto».
E da dove parte questo percorso?
«Da una camminata immaginaria in montagna. Io adoro esplorare soprattutto posti a me cari. Quelli piemontesi o svizzeri, ad esempio».
Esplorazione che porta a un ascolto contemplativo. Tra i titoli delle tracce, ne scelga uno.
«”The Path of the fossils”: è un sentiero delle mie zone. Se sei fortunato, puoi trovare fossili di conchiglia, lì dove tanti anni fa c’era il mare».
Il disco, ma anche il tour: quasi sessanta date, molte già sold out, tra Italia, Europa, America…
«Sì. Con me, gli stessi musicisti del disco, Federico Mecozzi al violino e Redi Hasa al violoncello, con cui collaboro da anni e con cui mi capisco con lo sguardo. In scaletta, le nuove tracce e qualche mio successo. Sono curioso di andare al nuovo Elbphilharmonie di Amburgo. Mentre ritorno al Barbican di Londra per sette sere consecutive dove avrò modo di sbizzarrirmi con le variazioni».
Teme le critiche?
«No. Quando sperimenti, puoi trovare difficoltà. E anche se fai un bel lavoro, non è detto che piaci. Personalmente non ho mai ritenuto scontati gli applausi. Quello che ho ottenuto me lo sono sudato».
Le dà fastidio che nelle interviste le chiedano sempre della sua famiglia? Ed essere definito “figlio di” e “nipote di”? (Suo padre era il famoso editore e il nonno è stato presidente della Repubblica, ndr).
«Ormai mi sono abituato. E sono totalmente indifferente. Spesso non leggo nemmeno (ride, ndr). Per il resto, sono cresciuto con mia madre che suonava il piano e ascoltando tutto il repertorio classico: Chopin, Bach, Schumann».
  E lei cosa suona quando non suona musiche sue?
«Dai Beatles a Scarlatti. Dipende da cosa abbia voglia. Tutto molto casuale».
Progetti cinematografici?
«Per ora no. Per ora penso al tour».

Venerdì 22 Marzo 2019, 04:55
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