Caparezza: «Basta politica da curva, ripartiamo dalle parole»

di Claudio Fabretti
Caparezza è uscito dalla gabbia. Quella di Prisoner 709, che da diario delle sue fobie e crisi personali si è trasformato in un tour di dieci mesi tutto sold-out. Fino a diventare un nuovo disco. «Volevo suggellare questa esperienza fortunata. Il box contiene l’album di studio, il cd live più un Dvd con alcuni estratti del tour».

Caparezza: «Oggi il rap dilaga, quando iniziai io ero considerato un Alieno» Guarda il Video

Quali sono le nostre gabbie?
«Il ruoli che ci hanno assegnato. Siamo un sistema operativo, che era vergine ed è stato riempito di programmi: pensieri non puri, pregiudizi».
Come se ne esce?
«Bisogna mettersi in discussione, con autoironia».
E anche lei è evaso...
«Già, come canto in Ti fa stare bene, “sono l’evaso dal ruolo ingabbiato di artista engagé”. Cerco di fuggire dal cliché dell’artista impegnato».
Anche il tunnel del divertimento era una prigionia, in fondo.
«Quella era la gabbia della movida, del divertimento forzato. Trovo assurdo che la gente non sia disposta a spendere una certa cifra per un concerto e magari preferisca spendere il doppio in drink cazzeggiando con gli amici».
Da precursore del rap in Italia, come vede questo proliferare di rapper?
«A me sta bene. Per anni mi sono sorbito canzoncine pop insulse a cui farei le stesse critiche che molti oggi rivolgono alla trap».
 
 


Ma non è un’altra cosa rispetto al suo rap?
«Il rap in Italia è stato sdoganato dai centri sociali, era un fenomeno politico. Oggi è tutt’altro. Però ha aggiunto qualcosa al nostro dibattito musicale. È più libero e ha scardinato i vecchi meccanismi della promozione, attraverso il web, i social, YouTube».
Salva anche i talent?
«A me non piacciono le gare, anche se ho fatto sia Castrocaro sia Sanremo. Ma il maggiore difetto dei talent è che gli adulti giudicano i più giovani: dovrebbe essere il contrario».
Crede ancora che l’unica religione possibile sia il “Confusianesimo”?
«Sì! Perché è impossibile far combaciare le varie religioni. Ognuno se le aggiusta a modo suo, pensando di avere un canale preferenziale con Dio».
Come Troisi nel celebre sketch di San Gennaro...
«Già, non può diventare una sfida tra devoti. La mia religione è la creatività: Dio è figlio della creatività, che è figlia dell’uomo, quindi Dio è figlio dell’uomo... alla fine mi sa che sono arrivato alla stessa conclusione di Gesù Cristo!».
A proposito di creatività: ha iniziato come fumettista, poi voleva fare il pubblicitario...
«Da ragazzino divoravo i fumetti, ma li disegnavo per me. La pubblicità, invece, mi pareva l’unica forma di creatività retribuita. Poi però ho scoperto che decidevano tutto i clienti. Un po’ come nel caso dei cittadini che si sostituiscono ai politici».
Ecco, in politica, invece, ha doti divinatorie. Ha predetto il partito vincente nato dal web, ha cantato «espelli il negròn» e il “migrante lunare”...
«E ho anche previsto l’avvento del meridionale leghista».
Quindi la sfrutto: tra 10 anni cosa ci aspetta?
«Mi immagino che certi fenomeni web passeranno di moda. Magari ci sarà la mania della privacy. Negli Stati Uniti c’è già qualche avvisaglia».
Si dichiara sempre “un comunista non cognomista”?
«Sì, non potrò mai essere renziano o grillino, credo ancora nelle ideologie. E spero che finisca questa politica da curva, da odio calcistico. Ha ragione Nanni Moretti: chi parla male, pensa male e vive male».
Finirà che i rapper avranno un linguaggio più evoluto dei politici?
«Beh, per un po’ la musica rap la chiamavano “la Cnn del ghetto”, prima del bling-bling, di “io sono figo perché guadagno tanti soldi”. Quindi, perché no?».
Martedì 11 Settembre 2018 - Ultimo aggiornamento: 09:08
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