Vaccino Covid, il farmacologo Garattini: «Un pasticcio, difficile partire a gennaio»

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di Valentina Arcovio

«Ritengo sia improbabile che il prossimo gennaio si possa già iniziare con la somministrazione dei vaccini contro Covid-19, almeno non quelli prodotti da AstraZeneca e dall’Università di Oxford». È davvero scettico Silvio Garattini, farmacologo e presidente dell’Istituto Mario Negri di Milano, sulle previsioni forse un po’ troppo ottimistiche circa la velocità con cui avremo a disposizione le prime dosi del vaccino Astrazeneca/Oxford, al cui sviluppo ha partecipato anche l’azienda Irbm di Pomezia. «Probabilmente aspetteremo un po’ di più, specialmente dopo quest’ultimo pasticcio», aggiunge il farmacologo.

Professore, l’errore nei dosaggi ammesso da AstraZeneca invalida l’intera sperimentazione?
«No, affatto. Sono cose che possono succedere quando si fa ricerca scientifica e, infatti, capitano spesso. Il pasticcio che secondo me avrebbe fatto Astrazeneca è più che altro comunicativo: non si può e non si devono divulgare informazioni così importanti, in un contesto delicato come quello creato da questa pandemia, tramite comunicati stampa o interviste sui media. Abbiamo bisogno di pubblicazioni scientifiche su riviste serie e non annunci più o meno propagandistici. Senza queste pubblicazioni non si possono fare valutazioni. In sostanza, quello che ci viene chiesto è di fidarci di tutto ciò che riferisce l’azienda senza avere un quadro completo dei dati. Non è così che si fa la scienza».

Ma lei si è fatta un’idea più precisa di cosa è successo?
«È una situazione molto confusa proprio per via dell’approccio comunicativo utilizzato. Pare che all’inizio della sperimentazione di fase III abbiano sbagliato le dosi somministrate ai soggetti, che ne hanno ricevuta una metà anziché la dose intera. Ed è sulla base di questo dosaggio errato che i ricercatori hanno registrato un’efficacia maggiore del vaccino».

Significa quindi che questo vaccino funziona meglio a basse dosi?
«Non è chiaro, proprio perché a non essere chiare sono le informazioni al momento in nostro possesso. Abbiamo pochi dati per effettuare qualsiasi tipo di valutazione seria. Ad esempio, sappiamo la grandezza del campione che ha ricevuto la mezza dose, meno di 3mila persone, ma non sappiamo l’esatta composizione di questo campione: quanti uomini e quante donne o l’età dei soggetti. Non sono informazioni di poco conto. Basta pensare che i più giovani rispondono tendenzialmente meglio ai vaccini, mentre gli anziani - che sono poi i soggetti più a rischio Covid-19 - in generale rispondono meno. Senza tutte queste informazioni quindi è impossibile dire di più».

La sperimentazione andrebbe rifatta da capo?
«No. Non è necessario buttare via tutto. E come annunciato da AstraZeneca partirà un nuovo trial, che sarà condotto in tempi brevi, che ha proprio l’obiettivo di fare chiarezza».

Secondo lei, si farà in tempo per ricevere le prime dosi del vaccino entro il prossimo gennaio come annunciato già tempo fa?
«Questo non lo possiamo sapere. È possibile, ma personalmente credo che sia davvero improbabile rispettare queste tempistiche. Ma francamente ritengo più opportuno iniziare magari le vaccinazioni un mese dopo avendo in mano tutti i dati, che un mese prima con qualche incertezza. Capisco che siamo in una situazione d’emergenza, ma il rigore scientifico non deve essere sminuito in nome dell’urgenza o per pressioni politiche o economiche. Diamo alla scienza il tempo che serve».

A questo punto è possibile anche che il vaccino non funzioni o che non sia così sicuro?
«Non penso affatto che si verificherà uno stravolgimento di questo tipo. Ma con pasticci comunicativi di questo tipo, è una domanda che si faranno miliardi di persone in tutto il mondo. Per questo non bisognerebbe fare annunci di tale portata tramite note stampa. Si mina la fiducia delle persone che stanno aspettando da mesi l’arrivo dei vaccini. Su questo ritengo debbano intervenire i governi».

In che modo?
«Visto che questi vaccini hanno ricevuto finanziamenti pubblici sostanziosi, i governi possono, anzi devono pretendere dalle aziende che i risultati delle sperimentazioni vengano pubblicati per intero su riviste scientifiche. Bisogna porre fine a questa assurda gara a chi arriva prima al vaccino. Non ha senso. Arrivare per primi non rappresenta un vantaggio per l’azienda».

Perché?
«Perché nessuna di queste aziende è al momento in grado di produrre e distribuire dosi sufficienti del vaccino. Considerato che è tutto il mondo ad aspettare il vaccino, le dosi di cui avremo bisogno sono tantissime. Troppe e non sarà solo un’azienda a poterle fornire. Alla fine avremo probabilmente più di un vaccino. Due, tre, quattro o addirittura dieci».
 


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 30 Dicembre 2020, 12:56
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