Roma, Damien Hirst conquista la Galleria Borghese: da domani in mostra la sua "leggenda"
di Valeria Arnaldi

Roma, Damien Hirst conquista la Galleria Borghese: da domani in mostra la sua "leggenda"

Il ritrovamento di un’antica nave. Lo splendore dei suoi tesori, sculture che tornano alla luce, tra concrezioni di conchiglie e ramificazioni di coralli quasi “mangiate” dal mare, in realtà forse ricostruite. È in questa leggenda, inventata ad arte da Damien Hirst, il cuore della sua serie “Treasures from the Wreck of the Unbelievable”, esposta per la prima volta a Venezia nel 2017 a Palazzo Grassi e a Punta della Dogana,  che ora, con oltre ottanta opere, trionfa alla Galleria Borghese - il progetto vede il supporto di Prada - nella mostra “Damien Hirst. Archaeology Now”, a cura di Anna Coliva e Mario Codognato, aperta al pubblico da domani al 7 novembre.

Il percorso è concepito come un dialogo tra le opere dell’artista, tra elementi monumentali - la colossale “Hydra and Kali” è nello spazio esterno del Giardino Segreto dell’Uccelliera - e altri di piccole dimensioni, e i capolavori della collezione permanente, a creare una commistione di stimoli e un gioco di rimandi tra epoche e “sguardi”, all’insegna di un’idea universale dell’arte, senza tempo per filosofia e ambizione.  

Damien Hirst, Hydra and Kali [Idra e Kālī], 2015. Bronzo / Bronze. Collezione privata / Private collection. Ph. by A. Novelli © Galleria Borghese – Ministero della Cultura © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved DACS 2021/SIAE 2021

 

Di sala in sala, dunque, i lavori di Hirst illustrano la loro "leggenda", in un viaggio tra ispirazioni differenti e stili, che è anche interessante indagine di materiali, dal bronzo al marmo di Carrara, dal corallo al cristallo di rocca e oltre. Senza trascurare i dipinti. Nell’iter, infatti, pure dipinti, con un gruppo di lavori della serie  “Colour Space”, in Italia per la prima volta, sviluppo degli “Spot Paintings” e rivisitazione della prima opera di quella serie.

Tutto all’insegna, della visione, ma anche della “mano” dell’uomo. Hirst riporta al centro della riflessione, la figura dell’artista, con la creatività di ideare e la capacità di concretizzare fantasie e progetti. O, come in questo caso, storie.

 

Damien Hirst, Neptune [Nettuno], 2011. Bronzo blu / Blue bronze. Collezione privata / Private collection. Ph. by A. Novelli © Galleria Borghese – Ministero della Cultura © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved DACS 2021/SIAE 2021

 

«I lavori di Hirst vengono quasi assorbiti all’interno della Galleria Borghese, come se fossero una sua collezione - dice Anna Coliva - Le sculture di questa falsa leggenda, da lui creata, acquisiscono ulteriore significato nella relazione con le opere storiche nella collezione permanente e, al contempo, queste ultime diventano quasi leggendarie, in relazione con i nuovi lavori».

Tra i soggetti delle sculture, compare anche il Collezionista, autoritratto dell’artista.

«Ogni collezione - prosegue Coliva - presuppone una figura che l’abbia creata. Il collezionista, appunto. Ma qui, il creatore della collezione è Hirst stesso».

Demiurgo, narratore, autore, creatore di un mondo altro, Hirst porta la contemporaneità a confrontarsi con la storia, inventando nuovi sguardi sul passato come fonte di riflessione anche per il futuro.  Nel momento stesso, in cui nel percorso, l’artista ripensa se stesso, di fatto, riafferma la propria centralità, mostrandosi figlio di culture antiche e, al contempo, loro primo “interprete”.

 

Damien Hirst, Fern Court [Verde sottobosco], 2016. Vernice lucida su tela / Household gloss on canvas. Collezione privata / Private collection e/and The Skull Beneath the Skin [Il teschio sotto la pelle], 2014. Marmo rosso e agata bianca / Red marble and white agate. Collezione privata / Private collection. Ph. by A. Novelli © Galleria Borghese – Ministero della Cultura © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved DACS 2021/SIAE 2021

 

Il relitto cui fa riferimento Hirst è richiamo a un passato dimenticato, sepolto, apparentemente perduto, che, invece, è vivo e vicino. Ancora profondamente attuale. Contemporaneo, appunto. Eternamente “nuovo”. I rimandi a coralli e spugne, concrezioni varie, possono, sì, farsi spunto per ripensare il rapporto con l’ambiente, ma qui hanno soprattutto il sapore di un “memento mori”. Mentre l’uomo affida al suo genio creativo la propria lotta per l’immortalità, la natura, con la sua energia, gli ricorda che può “consumare” quella ricerca, forte di un tempo senza fine.

Hirst, con il tempo si relaziona, reinventandolo fin quasi a negarlo. Guarda agli egizi, ai greci, ai romani ma anche a Caravaggio, riscopre gli antichi miti, dal Minotauro ai ciclopi, presenta dei teschi di unicorno, a ricordare la suggestione del magico e l’illusione del corno del narvalo, falsa “testimonianza” di un sogno che corre attraverso i secoli. E arriva fino all’archeologia del domani, con un “antico” Transformer.

Ecco che torna il richiamo alla Vanitas. Storia e leggenda si fondono. Tra divinità, monumenti, paure, erotismo, abbandono, preghiera, la chiave di lettura è da ricercare nella prima “creazione” dell’uomo: l’arte come mezzo per andare oltre se stesso, confessarsi e mascherarsi, mettersi a nudo o invece velare i propri sentimenti. Costruire meraviglia. Tramandarla. Raccontarsi.


Ultimo aggiornamento: Lunedì 7 Giugno 2021, 15:34
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