Concordia, Pablo Trincia: «C'era chi sgomitava e chi invece aiutava gli altri. Il Dito di Dio diventerà una serie tv»

L'autore del podcast, primo su Spotify: "Un affresco dell'umanità. Tanti errori da Schettino e non solo, si potevano salvare tutti"

Il suo Il Dito di Dio – Voci dalla Concordia, è al primo posto su Spotify ed è il podcast più ascoltato del momento: dopo il successo di Veleno – il podcast sui Diavoli della bassa modenese diventato poi una serie tv su Prime Video – Pablo Trincia si è immerso in una storia ugualmente tragica ma di portata immensamente più globale, il naufragio della Costa Concordia, avvenuto esattamente dieci anni fa, il 13 gennaio del 2012. 

 

Da questo podcast, ideato e realizzato da Chora Media e Spotify e firmato da Pablo Trincia e Debora Campanella, è nato anche un libro, Romanzo di un Naufragio, dello stesso Trincia, pubblicato per Einaudi Stile Libero e nelle librerie dallo scorso 11 gennaio.

 

Concordia, 10 anni dopo quel tragico inchino che spense la vita di 32 persone

 

Pablo, come vi è venuta l'idea?

«Una sera dello scorso inverno stavo registrando un'intervista, mi chiama Paolo Calabresi (che dirige Chora Media, ndr) e mi dice: “Perché non parliamo di Costa Concordia?”. All'inizio mi sono un po' spaventato, perché la storia, certamente adatta ad un prodotto audio come il podcast, è davvero gigantesca. C'erano però tutti i presupposti per farne una serie, anche lunga».

 

Cosa ricordi di quel giorno?

«Appena sveglio, avevo mia figlia piccolina in braccio, aprii il computer per leggere le notizie e mi ritrovai davanti la foto di questa enorme nave poggiata su un fianco: sembrava l'Apocalisse. Non ricordavo molto della vicenda, era una storia che di fatto quasi non conoscevo anche perché fu raccontata in modo molto frammentario: piccoli particolari, come la famosa telefonata di Schettino o il gossip della storia con Dominika, che tenne banco per settimane nonostante fosse qualcosa di completamente inutile».

 

Ricostruire la storia, rintracciare i protagonisti. Quanto tempo ci è voluto?

«Qualche mese. Io vengo dalla tv, quindi riesco a essere abbastanza veloce nel trovare le persone, andare da loro, ascoltarle, ma la difficoltà maggiore è stata trovare i testimoni adatti che avessero davvero qualcosa da raccontare. A bordo c'erano quattromila persone, ma molti di loro hanno vissuto tutto come se niente fosse, chi è sceso dalla nave tra i primi non si è quasi accorto di nulla, quando magari il suo vicino di tavolo era incastrato in un corridoio e teneva per mano i suoi figli per evitare che finissero in un baratro. Abbiamo cercato tra le carte, i nomi, gli eventi delle persone più traumatizzate: per noi era importante trovare le famiglie, perché la vacanza sulla Costa Concordia era questo, una vacanza per famiglie».

 

 

Le colpe furono solo di Schettino?

«È inevitabile che se avesse gestito diversamente l'emergenza, sarebbe andata molto diversamente. Noi abbiamo scelto di non demonizzare la sua figura, pur sottolineandone le responsabilità, dato che sono morte 32 persone. Molte cose sulla nave non hanno funzionato, ma l'errore principale è stato umano e proveniva da lui e dalla catena di comando: non dare subito l'emergenza, temporeggiare mentre la nave si inclinava, negare l'evidenza e parlare di blackout, sono stati errori macroscopici».

 

Secondo Gregorio De Falco si potevano salvare tutti.

«C'era tutto il tempo per farlo. Il fatto grave è stato non informare correttamente i passeggeri: si disse che si voleva evitare il panico, ma il risultato è stato ancora peggiore perché loro nel panico ci finirono ancor di più. Addirittura si disse a chi era a bordo di tornare in cabina e di andare a dormire, mentre la nave stava naufragando. Quanto a De Falco, la sua figura è per me marginale: lui era alla sua scrivania, a Livorno, a urlare addosso al comandante quando ormai il danno era fatto».

 

 

 

Nei momenti più concitati, tra i naufraghi nel panico c'era chi si spingeva e si picchiava per salvarsi: uno dei testimoni parla di “animali”, un altro di “lotta per la sopravvivenza”.

«È un affresco dell'uomo, c'è un mondo, ci sono tutti i comportamenti e le reazioni possibili in quelle situazioni: c'è chi si fa prendere dall'isteria, chi fa finta di niente, chi fa di tutto per salvarsi. Ma c'è anche tanta umanità: ci sono persone che hanno fatto gesti eroici, come il vicesindaco del Giglio, gli abitanti dell'isola che ospitano i naufraghi nelle loro case. Storie che ci danno speranza e ci danno fiducia nel genere umano».

 

Anche Il Dito di Dio, come Veleno, diventerà una serie tv?

«L'intenzione è quella, quindi sicuramente sì anche se al momento non sappiamo ancora quando. E' certamente qualcosa che ci piacerebbe fare: l'esperienza di Veleno ci insegna che chi si affeziona alle storie dei personaggi vuole anche vederli. Non so quando né come, ma lo faremo».

 

CHI SONO GLI AUTORI

 

PABLO TRINCIA (Lipsia, 1977) è un autore televisivo, inviato, scrittore e podcaster. Dopo anni come giornalista per carta stampata e tv ora si dedica ai podcast. E’ l’autore di Veleno (2017, La Repubblica), il primo podcast seriale italiano, a cui sono seguiti Buio e Le guerre di Anna (Audible). Il dito di Dio è il suo ultimo lavoro.

 

DEBORA CAMPANELLA nata a Milano nel 1977, fino al 2017 ha lavorato nel mondo della fotografia per poi passare ai podcast. Ha collaborato alla realizzazione di Veleno (2017, La Repubblica), Buio, Le guerre di Anna (Audible), Proprio a me (Chora Media).


Ultimo aggiornamento: Venerdì 14 Gennaio 2022, 12:55
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