La Coppa Italia? «Per gli snob è un "porta-ombrelli", io la amo. E quella finale col Torino che non scorderò mai»
di Marco Conidi

La Coppa Italia? «Per gli snob è un "porta-ombrelli", io la amo. E quella finale col Torino che non scorderò mai»

Io amo da sempre la Coppa Italia. Tanti la snobbano fino a che non si trovano in finale. 
Altri, in modo dispregiativo, la definiscono una coppetta, "un quasi non trofeo", "un porta ombrelli" o un vaso di fiori.


Io, invece, l'ho sempre amata. Fin da ragazzino aveva su di me un fascino particolare. Mi piaceva il fatto che tutte le squadre, anche di campionati minori, potessero partecipare e, quando qualcuna faceva un bel percorso, ne ero entusiasta.


E a me quando c'è un outsider che batte la favorita o combatte al massimo delle sue forze mi piace. In qualche modo ho la sindrome di Rocky contro Apollo Creed, o, se preferite, la più classica "Davide contro Golia". 


Ma il motivo più importante del mio amore nei confronti della Coppa Italia risiede in una vecchia finale della Roma contro il Torino, vista a casa insieme a mio padre. All'epoca non c'erano tutte queste possibilità di vedere le partite in tv, si andava allo stadio, si sentiva alla radio o si disturbava qualcuno incollato alla radiolina se si era fuori casa.


E poi si correva a casa per vedere Paolo Valenti e il suo novantesimo minuto. Per la Coppa Italia giusto la finale era trasmessa dalla Rai. Quindi quella partita era un vero e proprio evento.

 

Ricordo ancora con una certa emozione mio padre ed io seduti su un divano angolare componibile, mia madre e mia sorella lasciate fuori dalla stanza (chissà perché!). Forse perché era una "questione da uomini" o più probabilmente a loro non interessava molto e soprattutto non avevano voglia di vedere lo spettacolo indecoroso ma felice che avremmo dato io e mio padre.


Quella finale fini ai rigori con il grande Franco Tancredi tra i pali della Roma. I rigori, ammettiamolo, sono la più alta forma di autolesionismo piacevole che un tifoso impone a se stesso. Quel sottile piacere di aver paura di sentire esplodere il cuore, guardare il televisore stizzando gli occhi mentre il giocatore tira in porta, per sbirciare qualcosa senza avere il coraggio di spalancarsi questi occhi. e sono una malata goduria irrinunciabile per un tifoso di calcio.

 


Ricordo che mio padre, che solitamente era un uomo pacato e mite, saltava ad ogni rigore parato da Tancredi e - addirittura - si gettava emulando il portiere in tuffi sul divano che andava smembrandosi ad ogni tiro: io vedendo mio padre così mi sentivo autorizzato a fare mille volte peggio e nei miei salti tiravo giù comodini, divani, lanciavo sedie e qualunque cosa a portata di mano.

 


Finimmo vincendo quella Coppa e perdendo un intero salone completamente distrutto dal
nostro entusiasmo e dal nostro tifo.


Quando inquadrarono la Coppa che veniva sollevvata dal capitano della Roma in casa mia c'erano un padre e un figlio uniti in un amore unico, inscindibile.


Era anche nostra.
E lo sarebbe stata per sempre
Di padre in figlio, sempre


Ultimo aggiornamento: Giovedì 20 Gennaio 2022, 21:05
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