Pooh, i 50 anni di "Tanta voglia di lei". Facchinetti: «Quel classico del pop nato sul mio primo pianoforte comprato a rate»
di Totò Rizzo

Pooh, i 50 anni di "Tanta voglia di lei". Facchinetti: «Quel classico del pop nato sul mio primo pianoforte comprato a rate»

Nacque su un pianoforte verticale comprato a rate, di seconda mano, 150 mila lire. È diventato un classico della nostra musica pop, uno di quelli da cori di ventenni, mezze età e over 70. Il 28 aprile compie 50 anni, entrò in classifica il 17 luglio 1971, restò 26 settimane (9 al primo posto), un milione e mezzo di 45 giri venduti. Signore e signori, “Tanta voglia di lei”, di Facchinetti-Negrini, cantano i Pooh.

 

Roby Facchinetti, come si azzecca una canzone così?

«In verità nacque da una crisi. C’era stato il successo di “Piccola Katy”, poi un anno di buio. Pensavamo quasi di scioglierci. La vita dei complessi, come si chiamavano allora, non era mica quelle delle band di oggi. Era tutto, come dire?, molto più artigianale. Non c’erano le grandi agenzie, non c’erano i service. Caricavi strumenti e attrezzature sul furgone e via da un posto all’altro ad attaccare cavi, spinotti, microfoni e luci. Eravamo a un passo dal mollare».

 

E invece?

«E invece, un pomeriggio, arriva a casa mia, a Bergamo, una telefonata: è Giancarlo Lucariello. L’americana Cbs, che si appoggiava per la distribuzione in Italia alla Cgd, allora capitanata da Ladislao Sugar, voleva lanciare solisti e gruppi italiani. “Vorrei produrvi”. Fatemi ascoltare qualcosa. Con Valerio Negrini tentammo anche con “Tanta voglia di lei”».

 

Piacque subito?

«La musica sì, sul testo nacquero perplessità. L’etichetta la affidò a Daniele Pace, straordinario paroliere, quello di Pace-Panzeri-Pilat. In quei mesi con “My sweet Lord” di George Harrison c’era nell’aria una voglia di misticismo, di spiritualità. Pace la trasformò in “La mia croce è lei”, parlando di una donna, ovviamente. Per fortuna resistemmo nonostante non avessimo tutto questo potere per alzare la testa. E si tornò alle parole originali».

 

Vi aspettavate un successo simile?

«No, anche perché nello stesso album, “Opera prima”, c’era “Pensiero”, altro pezzo fortissimo. Quando “Tanta voglia di lei” dopo sei mesi lasciò la hit parade, entrò in classifica “Pensiero”. Ci rimase altri sei mesi. Praticamente non ci schiodammo più dai primi posti per un anno intero. E, tra Cantagiro e Festivalbar, quell’estate del 1971 fu trionfale».

 

«Tanta voglia di lei» detiene un altro record. È la prima canzone di un gruppo pop italiano ad avvalersi di un grande “tappeto sinfonico” eseguito da una grande orchestra. Fino ad allora gli spazi delle band erano off limits.

«L’idea nacque nei mitici uffici della Sugar in Corso Europa. Ci voleva qualcosa di “forte” e così Lucariello chiamò Franco Monaldi, direttore d’orchestra, tra i più geniali arrangiatori italiani di quel tempo. All’inizio sembrò che un ensemble di 22 archi tra violini, violoncelli, viole e contrabbassi, quelli dell’Orchestra Sinfonica della Rai di Milano, fosse quasi un azzardo ma il mix si rivelò molto accattivante. Una canzone bella è già bella quando nasce sulla testiera di un pianoforte o sulle corde di una chitarra però se la vesti bene acquista maggior valore e si può dire che fummo i pionieri di quel pop-rock che già strizzava l’occhio alla dimensione sinfonica. D’altronde, non ha visto com’erano gasati due mesi fa i Maneskin quando il loro rock veniva supportato dalla grande orchestra del Festival di Sanremo?».

 

Come ogni canzone che fa storia, «Tanta voglia di lei» si porta appresso anche alcune leggende. La prima: pare che Riccardo Fogli se la prese perché fu scelta la voce di Dodi Battaglia.

«Una leggenda a metà. Certo, Riccardo benissimo non ci rimase. Però nelle band una turnazione di voci c’è sempre, a seconda delle melodie, delle ritmiche, delle tonalità. Fu Lucariello a scegliere la voce di Dodi. Fogli comunque s’è rifatto incidendone una versione in un suo disco antologico da solista».

 

Seconda leggenda: quella dei juke box.

«Verissimo. Altro che leggenda, è cronaca di quell’estate 1971. I gestori dei locali furono costretti a cambiare tre volte il 45 giri perché era talmente gettonato che le puntine usuravano il vinile in poche settimane».

 

Terza leggenda: il testo sembrerebbe ispirato a vostre scappatelle sentimentali.

«Questa credo sia davvero una leggenda. Posso parlare come autore e parlo per me, almeno. Valerio (Negrini, ndr.) non è più tra noi ma non credo si fosse ispirato a qualcosa di autobiografico».

 

Un musicista «sente» che una canzone è destinata a restare nel tempo?

«Io dico che certi brani hanno un’anima speciale: non è solo unicità musicale, riconoscibilità immediata, ma miracolo emozionale, forte energia di sentimenti. Credo che sia capitato ad altre nostre canzoni: “Pensiero”, “Chi fermerà la musica”, “Uomini soli”… Quando un compositore si siede al pianoforte non si pone mai il problema “questa canzone durerà nel tempo”, scrivere è una faccenda un po’ più complicata. Però, con “Tanta voglia di lei”, al mio piano, 50 anni fa, ho intuito subito qualcosa».

Sia sincero, Facchinetti: nonostante lei continui a fare il suo mestiere, che cosa le manca, a cinque anni dallo scioglimento del gruppo, della cinquantennale avventura dei Pooh, al di là del successo, degli 80 milioni di dischi venduti?

«Mi crede se le dico che ogni notte, tutte le notti, sogno che c’è una serata da fare? Mi mancano soprattutto i 3500 concerti, le 70 mila ore di live tra le prove e gli show, quel vivere di musica senza mollare mai per un giorno, un’ora, un minuto. Praticamente di quel mezzo secolo mi manca tutto».


Ultimo aggiornamento: Venerdì 23 Aprile 2021, 08:47
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