Addio a Franco Cerri, la chitarra del jazz italiano e “uomo in ammollo” per una famosa pubblicità tv
di Totò Rizzo

Addio a Franco Cerri, la chitarra del jazz italiano e “uomo in ammollo” per una famosa pubblicità tv

Se gli chiedevi chi fosse il più grande jazzista italiano, te ne snocciolava un elenco (della serie: ognuno insuperabile col suo strumento) ma non uno soltanto, il più grande non riuscivi proprio a cavarglielo di bocca, a Franco Cerri, morto ieri nella sua Milano a 95 anni. Musicista e gentiluomo.

 

Lui è stato grande e, diciamolo pure, grandissimo, un virtuoso della chitarra. Raccontò che mentre accompagnava Billie Holiday gli veniva solo da piangere per l’emozione che faceva vibrare quella voce nell’anima. Perché di grandi ne ha conosciuti e con i più grandi ha suonato, Franco Cerri. A partire da quello che può considerarsi il suo nume, il suo guru, il padre spirituale della sua sei corde: Django Reinhardt. Tanto irregolare il maestro tzigano, tanto “normale” Cerri nato da una famiglia milanese che l’aveva volentieri avviato ad un mestiere d’operaio se non fosse stato per quella chitarra che il padre gli regalò a 17 anni.

 

Tutto cominciò da lì, da autodidatta curioso della tecnica, dal primo maestro, dalle feste da ballo nei cortili delle case di ringhiera e dalle orchestrine messe su alla buona ma anche dal caso – che ci mette sempre lo zampino – che aveva un nome già noto e americaneggiante anche se arrivava da Rivarolo Mantovano, un certo Gorni Kramer che intuì il talento del ragazzo e lo prese con sé, nella sua orchestra, ad accompagnare quei cantanti che tra la fine degli anni ’40 e l’alba dei ’50 soffiavano una ventata di swing che scardinava le porte di melodie postbelliche e protosanremesi. Kramer lo avrebbe portato in giro per il mondo per vent’anni. Fu la lunga e solida gavetta di una carriera folgorante, anche a fianco dei giganti internazionali, nonostante lui restasse sempre con i piedi ben piantati per terra. Si meravigliava, ad esempio, della sregolatezza di alcuni colleghi, della dipendenza dall’alcool e dalle droghe, non capiva ma si adeguava. Che importa, si chiedeva, cosa fai nel buio della tua camera d’albergo dopo un concerto quando ti chiami Chet Baker? Ma suonò anche con Dizzy Gillespie, Lee Konitz, Tony Scott, Stephane Grappelli. Con Gerry Mulligan l’intesa valicava i confini professionali, era amicizia, complicità: quando il sassofonista americano era in giro per l’Europa e sapeva che Cerri era a Milano gli telefonava e, per la prima sera libera, organizzava una jam session meneghina o comunque in una città vicina a quelle toccate dalla tournée. Duke Ellington lo apprezzò moltissimo quando con la sua band, Cerri gli fece da apripista al Duse, a Bologna.

 

Qualcuno dice che avrebbe voluto portarlo con sé. Cerri è stato per tredici anni anche il testimonial di una famosa marca di detersivo, altra mano del caso: lui infilato dentro l’acqua quasi fino al collo, in camicia bianca e cravatta, era “l’uomo in ammollo” che decantava le proprietà smacchianti del Bio Presto, in mano una confezione della magica polvere. Una popolarità clamorosa, quasi a dispetto della carriera musicale, fermato per strada, idolo di casalinghe e bambini e pure un certo ristoro economico. Ha suonato in pubblico fino a pochi anni fa e in casa, fin quando ha potuto, ha imbracciato sempre la chitarra. Rimpiangeva la Milano dei favolosi ’60, le luci soffuse dei jazz club, l’amico di una vita, Enrico Intra, al pianoforte (e con Intra ha creato quarant’anni fa una scuola di musica jazz oltre ad essersi battuto perché fosse insegnata nei Conservatori e nelle scuole), indossava ancora i celebri maglioni di un altro suo amico, Ottavio Missoni, regalava un’aneddotica sconfinata sulle serate al Capolinea, a Brera, tra il grigio del fumo delle sigarette e il riverbero dei lampioni sui Navigli nebbiosi, su due giovani un po’ scapestrati, tali Jannacci e Gaber, che bussavano a cercare scritture. Era solo un ricordo, ormai, quella Milano lì.

 

Questa vita di “normale” successo, gli aveva inflitto, vent’anni fa, il dolore massimo della morte di un figlio, Stefano, cui aveva trasmesso la passione e il mestiere della musica. Ma gli ha regalato, per quasi sessant’anni, anche l’amore di Marion, sua moglie, che gli ha stretto la mano fino alla fine insieme al figlio Nicholas.


Ultimo aggiornamento: Lunedì 18 Ottobre 2021, 18:08
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