Auto, è tempo di cambiare: basta gli incentivi a singhiozzo, serve un piano e gli ecobonus certi
di Giorgio Ursicino

Auto, è tempo di cambiare: basta gli incentivi a singhiozzo, serve un piano e gli ecobonus certi

Un’altra “mancia” all’auto in Italia. Piccola piccola. Mentre il settore si lecca le ferite, incassando a settembre ancora un -32,7% rispetto all’annus horribilis 2020, il governo rifinanzia per l’ennesima volta i traballanti ecobonus. Una pratica più pericolosa di andare a tutto gas o, peggio, passare col semaforo rosso. L’originale approccio ha la griffe made in Italy. Tutto nostrano. E sta contribuendo a fare danni rilevanti in un periodo strategico e delicatissimo, dove il post pandemia incrocia l’impennata della transizione ecologica, rischiando di scatenare una “tempesta perfetta”. Le risorse racimolate sono di appena cento milioni e, come al solito, termineranno molto prima della scadenza ipotizzata per la fine dell’anno. Gli aiuti a singhiozzo, di per se, sono indigesti ai mercati. Difficilissimi da metabolizzare. Si sa, per fare spese impegnative serve programmazione e stabilità. In questa fase di travaglio tecnologico e di ubriacatura per l’innovazione, in cui tutto sta cambiando rapidamente, diventano un detonatore rischioso da maneggiare. È quanto meno originale che l’Esecutivo intervenga 3 o 4 volte in poco più di 6 mesi in un momento in cui imperversano programmi a lungo respiro per darsi una direzione nel campo dell’energia e lasciarsi alle spalle le scorie del virus cattivo.

Serve polso fermo e lungimiranza. Un percorso costoso e pieno di ostacoli che, in ogni caso, non può essere lasciato solo, non riesce a procedere spontaneamente. In realtà, i paesi simili al nostro hanno da tempo affrontato il problema in modo più coscienzioso, molto prima che si scatenasse la pandemia. Non è un segreto di Stato che tutta la mobilità diventerà ecologica, molto prima di quanto immaginiamo. E un terremoto del genere non può che essere accompagnato da un piano vigoroso e credibile. Come hanno fatto la Merkel, Macron e anche Johnson in Germania, Francia e Regno Unito. Per centrare l’agognato obiettivo sono indispensabili due aspetti che però potrebbero non bastare: preparare nuove infrastrutture (soprattutto colonnine) e aiutare i consumatori a sostenere il maggior costo dell’auto elettrica nella fase embrionale. L’aiutino non servirà a lungo. Tutti i costruttori sostengono che in pochi anni le auto a batterie avranno un prezzo inferiore, o al massimo uguale, alle Euro 7 termiche.

Una pianificazione che da noi non ha minimamente attecchito. Le spintarelle date dagli incentivi hanno avuto una matrice soprattutto “commerciale” che però ha avuto l’effetto contrario. Il bersaglio grosso è la possibilità di cambiare il volto della Penisola non solo di spingere un settore scivolato nelle palude. Ma quali sono veramente le auto virtuose? Dalle decisioni dei politici italiani non si è capito granché. Gli aspetti “nobili” sono stati trascurati. Anzi ignorati. Nel nostro paese circolano 50 milioni di veicoli. Quasi 40 sono vetture. Tutte parecchio vecchie, ben oltre la media europea. Per raggiungere la decarbonizzazione ed azzerare veramente le emissioni di CO2 dei trasporti è necessario sostituire tutto il parco circolante con modelli che emettono poca CO2. O, addirittura, niente. Una manovra ardita che a questo ritmo diventerà un miraggio. Sfumano anche i target vitali di sicurezza e salute se non immettiamo sulle strade esemplari di futura generazione e rispettosi dell’habitat.

Servono interventi strutturali e aiuti stabili nel tempo. Invece da noi si tira la copertina un po’ da una parte un po’ dall’altra, lasciando l’agonizzante paziente scoperto. Bisogna far capire alla gente la vera direzione possibile, quale sarà il futuro. Purtroppo è stato incentivato di tutto, un minestrone: elettriche, plug-in, ibride, fino alle benzina e la diesel che a Roma non possono circolare quando ci sono le limitazioni del traffico. Si è dato qualche soldo anche all’usato fresco che è certamente meglio delle vecchie carrette. Come procedere nella nebbia. In Europa, invece, la visione è molto chiara. Con il bombardamento mediatico che imperversa, anche i nostri consumatori, anzi automobilisti, hanno fatto i “conti” e intuito per conto loro. La situazione è semplice. Da una parte, c’è una sana coscienza ecologica sempre più forte con i continui allarmi sul clima che arrivano da tutti i potenti della terra. Nessuno escluso. Dall’altra, l’aspetto economico: la saccoccia, il portafoglio.

Tutti parlano di auto “verdi” ed acquistare una vettura tradizionale potrebbe rivelarsi un pessimo investimento poiché il suo valore è destinato ad evaporare nel tempo. Tanto è bastato per generare un’atmosfera di impasse. Congelare le trattative, raffreddare gli entusiasmi. Se le bocce non sono ferme è meglio rinviare la sostituzione, specialmente di un bene costoso e destinato a durare tanti anni. Il premier Mario Draghi ci ha abituato a fare le cose che dice e, recentemente, le sue preoccupazioni per il riscaldamento climatico sono state delle autentiche grida di allarme. Nell’aria c’è la sensazione che gli ecobonus di ottobre potrebbero essere gli ultimi ad orologeria, anche il Belpaese dovrà avere il suo «piano per la mobilità» in modo da non perdere il treno europeo. Il traffico non è mai stato l’unico responsabile dell’aria sporca. Ma, ora che si può, è un’occasione sprecata non fare di tutto per promuovere i veicoli puliti. Continuando a muoversi a tentoni, come abbiamo fatto finora, rischiamo di allagare la forbice con gli altri grandi paesi del continente invece di assottigliarla.

Nei primi 3 trimestri, fra i primi 5 paesi d’Europa, al netto della crisi dei microchip che non è certo un’invenzione, l’Italia è quello in cui le vendite di auto sono andate meglio rispetto allo scorso anno. Le locomotive, però, stanno sacrificando i volumi per la “qualità”, soprattutto del punto di vista dei “veleni”. Nell’ultimo mese in Norvegia (l’unico mercato del continente con le consegne in crescita da gennaio a settembre) le vetture pesantemente elettrificate (con la spina) sono state ben oltre la metà. Nella “grande” Germania hanno sfiorato il 29%: un’auto su tre è ricaricabile. Questa percentuale viaggia spedita pure in Francia e Gran Bretagna, entrambe sono al 21,6%. E l’Italia? Nonostante la crescita vertiginosa delle “full electric” (passate dallo 0,8% a settembre 2019 all’8% nello stesso mese di quest’anno) siamo appena al 13,3%, poco sopra la Spagna (11,5%). Non ce lo possiamo permettere se vogliamo essere, come ha dichiarato il governo, uno degli apripista della trazione ecologica.


Ultimo aggiornamento: Domenica 31 Ottobre 2021, 09:05
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