Giulia Mizzoni, stella di Champions su Amazon Prime: «Nel calcio in tv serve competenza, solo l'estetica non basta»
di Francesco Balzani

Giulia Mizzoni, stella di Champions su Amazon Prime: «Nel calcio in tv serve competenza, solo l'estetica non basta»

E’ il volto femminile di Amazon Prime Video, ma da anni è un volto (e una voce) conosciuta in tutta Italia. Giulia Mizzoni è la punta di diamante della gara più importante della Champions del mercoledì che da quest’anno è in onda in esclusiva su Prime. Un grande successo di pubblico e critica per una giornalista che in passato ha “calcato” pure i campi per Sky e Dazn e che non ha nulla da invidiare alla concorrenza formata da Anna Billò e Diletta Leotta. Romana, trentasei anni, mamma e professionista esemplare.  Spesso in giro per l’Italia e per l’Europa. E infatti la sorprendiamo mentre sta preparando guanti, sciarpa e cappello per volare in Russia e raccontare la sfida tra lo Zenit e la Juventus.

 

La aspetta la Russia, è pronta per andare sotto zero?

«Meglio parlare di calcio dai... Scherzi a parte, nonostante i voli e gli scali, sono felice di raccontare quella che spero sia una grande partita e di conoscere una città che tutti mi dicono essere meravigliosa come San Pietroburgo».


Amazon Prime Video anche grazie a lei in questo inizio stagione ha raccolto tanti consensi favorevoli. E in molti chiedono di convincere Bezos a prendere anche la serie A.  Se lo aspettava?


«Mi aspettavo certamente che avremmo lavorato, tutti, fissando subito l’asticella molto in alto. Fin dall’inizio ho avuto la sensazione di condividere con questo team fantastico l’obiettivo di mettere al centro chi ci guarda. E dunque la qualità del prodotto a 360 gradi. Poi è ovvio che mettercela tutta e avere un riscontro da parte del nostro giudice, il pubblico, sia gratificante. Però sinceramente ce lo aspettavamo e ce lo godiamo». 

 

Lei ha fatto tanto gavetta: dalle radio romane passando per i campi di periferia fino a Sky e Dazn. Quindi non basta il fattore estetico?

«Mi fa sorridere che ancora si dia tutta questa importanza all’estetica, pur essendo consapevole che nel mio lavoro sia un fattore. Tornando al pubblico: chi ci guarda ha spiccato senso critico, è competente, sa di cosa si parla. Pensare di ottenere consensi solo con un bel vestito, un bel viso o un ammiccamento in più, per me, sarebbe una mancanza di rispetto. E, fortunatamente, anche per Prime Video che dubito mi abbia scelta in base a dei canoni estetici. Almeno lo spero (ride ndr)».

 

Prima di Prime c’è stata Dazn: che ricordi ha e che consigli vorrebbe dare loro in questo momento un po’ delicato?

«Sono stati tre anni bellissimi, ho fatto la Serie A per la prima volta, ho conosciuto colleghi bravissimi che sono diventati amici, quindi per me c’è solo tanta gratitudine e tanto affetto. Sui consigli non credo di poter dire molto, anzi non è proprio un argomento sul quale posso darne sopratutto riguardo certe tematiche». 

 

Lei è stata anche la prima telecronista donna in Italia a fare una partita di Champions, quanto è stato duro abbattere quel tabù?

 

«Quando mi è capitato di fare quella telecronaca era il 2011. Ero giovane, entusiasta e incosciente. Non mi sono mai soffermata sul fatto che stessi abbattendo un tabù, lo dico onestamente. Piuttosto stavo realizzando un mio obiettivo come professionista. Stavo facendo una telecronaca di Champions. Credo che anche se chiedeste ad un collega, un uomo, il ricordo della sua prima telecronaca, percepireste la stessa emozione. Non credo che essere donna faccia la differenza. Non siamo più fragili, più emotive, meno adatte a questo o a quello. E dobbiamo iniziare a ripetercelo spesso. Solo così abbatteremo il pensiero discriminatorio laddove ancora esiste».


Sui social ad esempio come è capitato a molte sue colleghe. Come è giusto porsi in quei casi? 

«Partirei da un presupposto che ritengo fondamentale: un conto sono le critiche, sacrosante, un conto è l’insulto gratuito, becero, sessista, razzista, discriminatorio. È importante sottolineare questo aspetto perché molto spesso chi passa il segno e viene ripreso per questo tende a cavarsela con la magica frase: “sei un personaggio pubblico, interagisci sui social, è il prezzo da pagare».

 

Quindi l’insulto, l’offesa personale, le minacce a volte anche nei confronti delle famiglie sono un prezzo lecito da pagare?

 

«A queste persone risponderei sempre in un solo modo: se lo stesso accadesse a vostra moglie,  compagna, madre, sorella o figlia, con la stessa serenità rispondereste loro in questo modo? La verità è che i social sono uno strumento utile e divertente, così come può esserlo una bella macchina, il problema è in che mani finisce una macchina che può andare a 250 km/h. Se io commetto una infrazione o peggio ancora faccio del male a qualcuno con l’auto vengo perseguita secondo la legge. Se “pinco pallino” usa i social per ledere il prossimo, l’iter per perseguirlo, coperto da nickname, è snervante. Vedo due nodi dunque: uno pratico (snellire, velocizzare e rendere certo un provvedimento qualora ci siano gli estremi per perseguire), l’altro per me più duro da sciogliere del primo, è culturale. E andrebbe gridato. Bisogna ripartire dalle fondamenta: rieducare al rispetto del prossimo. Degli anziani, dei bambini, degli animali, del pianeta e, ovviamente, delle donne. Parte dalla famiglia e solo dopo dal sistema. Non so se sia utopia, ma io vedo un problema fortemente culturale dietro tutto questo odio, questa leggerezza con la quale a volte si discrimina e ferisce il prossimo. Come fosse lecito.

 

 

Giulia Mizzoni è anche una mamma. Non si deve quindi scegliere per forza famiglia o carriera…

 

«Questo è un tema complesso, molto discusso e dunque difficile da affrontare in poche righe. Posso dire che essere mamma e lavoratrice nel nostro Paese non è una passeggiata. E questo porta a porsi mille interrogativi, fino a volte ad arrivare ad una scelta per esclusione. Un po’ triste, se ci pensiamo. Per quanto mi riguarda non posso che reputarmi fortunata: ho una famiglia che mi appoggia, ho la possibilità di farmi aiutare quando non ci sono e, soprattutto, ho potuto scegliere di organizzare la mia vita, anche lavorativa, in funzione di Pietro. Di poter crescere mio figlio pur lavorando. Dico grazie ogni giorno per questo. La possibilità di scegliere non è per tutti, ne sono consapevole». 

 

 

Prime Video ha tanti campioni in squadra: da Seedorf a Julio Cesar passando per Zola. Non deve essere facile “saperne di più”. C’è qualcuno che teme più degli altri in questo senso? 

 

«Ma io non pretendo di saperne di più! Un’ora e mezzo di pre partita facciamoli lavorare questi ragazzi (ride ndr). A parte gli scherzi, nel rapporto professionale con persone che hanno fatto la storia del calcio, ho sempre pensato che fossero importanti due aspetti: il primo è farli sentire a proprio agio, dunque essere me stessa senza alcuna sovrastruttura per far capire loro che con noi sono liberi di esprimersi. Il secondo: fare in modo che loro si fidino di me, perché una diretta vive anche sugli imprevisti e devono sapere che la nave è in buone mani anche durante la tempesta. Quindi sì, prepararsi è fondamentale». 

 

 

Quanto l’ha fatta penare Evra prima e dopo Juve - Chelsea?

 

«Diciamo che alla fine ero più stanca di Chiesa al 60’, per citare Allegri. È stato divertente essere messa alla prova, e sono felice di averla gestita in quel modo. Sono stata al gioco e nel frattempo mi sono affidata alla pacatezza di Zola e Marchisio per mantenermi sui binari. Lui è stato Patrice al 100% e io Giulia al 100%. Abbiamo parlato di calcio col sorriso, magari un po’ sopra le righe, non lo trovo sconveniente».


Ultimo aggiornamento: Martedì 19 Ottobre 2021, 11:42

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