Bernardo Lanzetti (ex voce PFM) «Un nuovo disco a 72 anni per far capire che la musica non è solo da 3 minuti per le radio»
di Totò Rizzo

Bernardo Lanzetti (ex voce PFM) «Un nuovo disco a 72 anni per far capire che la musica non è solo da 3 minuti per le radio»

La pioggia orizzontale è quella che scende giù di taglio, che schiaffeggia il viso e ci fa ricordare che ci sono tanti modi in cui l’acqua può arrivare dal cielo. “Horizontal rain” (etichetta SnV) è il titolo del nuovo disco di Bernardo Lanzetti, per anni, nei ’70, voce della Premiata Forneria Marconi, compositore, arrangiatore, cantante ma soprattutto sperimentatore spinto dalla curiosità, uno mai fermo, insomma, a dispetto delle 72 primavere, uno che, anche geograficamente, spartisce la sua vita, durante l’anno, tra l’Etruria, la zona iblea della Sicilia e Marbella. Nell’album 9 brani (8 in inglese, uno in italiano), 19 musicisti dai territori del rock, del jazz, del vecchio “prog” e della classica, un coro, ma “parlato”, di un gruppo di attori. E la voce di Lanzetti che ha conservato intatte le 3 ottave su cui si inerpicava anche ai tempi della PFM. Un effetto spiazzante, almeno nel panorama odierno della musica italiani.

 

Lanzetti, un disco inatteso proprio come la “pioggia orizzontale”.

«Che in realtà è un evento naturale anche se non te l’aspetti. Perfino lo skipper, in barca, ne viene colto di sorpresa ma sa come fronteggiarla. L’idea è venuta fuori durante il “fermo” per il lockdown, studiavamo nuove soluzioni con i miei amici musicisti e le sottoponevamo al produttore Dario Mazzoli che s’è talmente intrigato da tirar via dallo scaffale il suo vecchio basso. È un disco particolare, fuori dalle strategie di mercato ma se un artista pensa solo al mercato rischia di arrivare sempre in ritardo. Bisogna anche andare controvento, non aggiogarsi ai 3 minuti della diffusione radiofonica. Bob Dylan ce lo insegna con l’ultima sua ballata: 17 minuti».

 

A parlarne così può sembrare un disco “difficile”.

«Ho osato, lo ammetto. Ma insomma, bisogna pure osare, non siamo mica all’esame di Armonia in Conservatorio. O chiedevo a qualche autore contemporaneo di scrivere qualcosa per le mie 3 ottave oppure ci inventavo sopra qualcosa io stesso».

 

Facciamo un esempio, magari con l’unico brano in italiano, “Ero un num Ero”.

«Ecco, proprio quello sembra sfatare il concetto un po’ spirituale dell’ispirazione artistica perché è una canzone nata su una progressione numerica. Ho associato le note ai numeri, disponendole su assi cartesiani. Mi sono chiesto: si può tradurre tutto questo in musica? Sì, era possibile. Ho cominciato con la chitarra, dopo, soltanto dopo, ho composto la melodia».

 

Anche il testo sembra oggetto di una nuova forma di considerare le parole.

«Il rimario rapper oggi dà l’illusione che tutto sia più semplice, un po’ come fare i cruciverba facilitati. E in realtà non è così. La scrittura è un affare più complesso. Le rock band, ad esempio: i testi non hanno la forma rock, non rispettano gli accenti. Poi magari la musica è piena di grinta, di rabbia. Vedi i Måneskin, che sono una gran bella novità, ma gli direi: i testi, ragazzi, occhio ai testi».

 

Alcuni luoghi di registrazione e missaggio del disco sembrano una mappa storica della musica del ’900: Londra, Los Angeles, Woodstock…

«Sì, è vero, ce ne siamo accorti con gran divertimento solo alla fine. Comunque, una casualità: dovuta al Covid e dunque alle session da remoto e al fatto che l’album riunisce musicisti da diverse parti del mondo. Ma è sempre stato un po’ così, anche in passato: la sala discografica come luogo mitico, come antro dal quale uscivano i suoni di un insieme è sempre stata un po’ mitizzata».

 

Sistemi “Horizontal rain” in uno scaffale della sua discoteca. Dove lo mette?

«In una sezione Art Music, perché è un disco etichettabile forse solo sotto quella definizione: è sperimentale sotto il profilo musicale, ne ho disegnato la copertina, è accompagnato da miei lavori grafici e da mie foto…».

 

Nel pop e nel rock sembra che sia suonata la carica dei settantenni: cos’è, una rivendicazione generazionale?

«È lo spirito di chi, mezzo secolo fa, ha fatto la gavetta. Adesso basta postare un video sui social, partecipare a un talent e la settimana dopo sei primo in classifica. Negli anni Settanta, noi della PFM, per esempio, andavamo pochissimo in tv eppure i concerti erano affollati, i dischi si vendevano e ricordo, tra le tante tournée internazionali, una di un mese intero in Inghilterra: 20 concerti in 19 città. E cantavamo in inglese. Mica facile. Oggi la musica italiana, tranne poche eccezioni, conta poco nel mondo, pur essendo rispettata».

 

Eppure ci sono artisti bravi.

«Forse mai come oggi abbiamo avuto in Italia strumentisti e cantanti così bravi. Ma non c’è la musica nuova. Prenda il rap su cui si tuffano tutti: il primo disco di Eminem a quando risale, a venti, venticinque anni fa?».

 

E che musica ci vorrebbe?

«Una musica che raccontasse la nostra epoca, che vivesse del coraggio della ricerca del nuovo. E invece tutti a rincorrere la classifica e i tre minuti in radio. Abbiamo una musica elementare che non fa onore all’artista e non fa bene a chi ascolta».


Ultimo aggiornamento: Lunedì 14 Giugno 2021, 22:49
© RIPRODUZIONE RISERVATA