Samuele Bersani: «Lucio Dalla? Mi ha insegnato a superare ogni ostacolo»

Samuele Bersani: «Lucio Dalla? Mi ha insegnato a superare ogni ostacolo»

di Totò Rizzo

«Mi dava centomila lire a sera per pagarmi l’albergo e i pasti. Non era tanto il valore del denaro messo in tasca a un giovane esordiente, quanto il concetto che la mia passione poteva diventare il mio lavoro».

Dieci anni senza Lucio Dalla anche per Samuele Bersani che, da perfetto sconosciuto, gli si parò davanti per fargli ascoltare “Il mostro” poco prima di un concerto a San Benedetto del Tronto.

Bella intraprendenza.

«Fu mia madre a spingermi. Mi disse: “Se ci credi, vai”. Lo tampinai e misi su il nastrino. Ricordo che mi chiese la stessa cosa che mi domandava il mio babbo ogni volta che portavo a casa i temi fatti a scuola: “L’hai copiato o l’hai fatto te?”. Alla fine disse: “Bene, allora rimani qua”. Quella stessa sera ero già sul suo palco».

E le sere successive, aprendo i suoi concerti.

«Qui devo precisare. In realtà io non ho mai aperto un concerto di Lucio. Era generoso anche in questo. Non ti faceva fare il supporter. Ti faceva cantare nel bel mezzo del suo concerto. Mi ricordo che mi presentava subito dopo “Caruso”, brano di grande popolarità, di fortissimo pathos. Sapeva che era il momento in cui il pubblico avrebbe avuto ancora la massima attenzione, occhi e orecchie puntati su di me».

Quello fu il primo incontro. L’ultimo, invece?

«A Sanremo nel 2012 per il festival, pochi giorni prima che morisse. Io ero in gara con “Un pallone”, lui s’era ritagliato il ruolo di direttore d’orchestra per Pierdavide Carone. Una sera, mentre stavo cantando, nel buio della sala, ho intravisto un uomo, a metà platea, in piedi, appoggiato al muro del corridoio laterale, che mi fa ok col pollice alzato. Era Lucio. È l’ultima immagine che ho di lui».

Che cosa le manca di più?

«Il confronto, su tutto. Le sue telefonate che arrivavano a qualsiasi ora della giornata. Non amava molto i messaggi. Lui doveva parlare col suo interlocutore, da grande affabulatore qual era. Ci ho pensato in questi giorni di guerra in Ucraina. Quando qualcosa lo preoccupava partivano le telefonate agli amici. Ore e ore con la cornetta in mano».

Il suo più grande insegnamento.

«Quando hai vent’anni sei come una carta assorbente e se poi hai il lusso di avere come discografico e produttore per i tuoi primi tre album Lucio Dalla…Ma lui non vestiva mai i panni del maestro, della guida. Mi ha pure insegnato a superare ostacoli che credevo insormontabili e quando vedeva che ero lì per gettare la spugna tanto da non prestare quasi più attenzione ai suoi discorsi, beh, erano litigate epocali. Ecco, anche quelle mi mancano».

Il suo più grande merito come artista.

«La totale libertà. Le ha sperimentate tutte, le forme della canzone. La consonanza che sembrava impossibile, per motivi di metrica, tra certe parole e l’armonia. Penso a “Com’è profondo il mare”, per citare solo un titolo. Il perfetto equilibrio tra il significato e le emozioni. E comunque non c’era differenza tra l’uomo e l’artista. Si dice che Lucio fosse un gran bugiardo ma nelle sue canzoni svelava tutto se stesso, toccava nervi in cui ognuno si riconosceva. Al di là dell’empatia, termine facile che oggi va tanto di moda».

Lucio era davvero simpatico a tutti.

«Ma sì, perché portava buonumore. Le persone erano felici di incontrarlo anche per strada e lui certo non si sottraeva all’onda di affetto. Ogni tanto però rimaneva perplesso. Una volta mi chiese: “Non sarà mica perché mi vedono come una specie di clown?”».

Un aneddoto.

«Eravamo a casa mia, stavamo lavorando. I primi tempi in cui ero popolare. Il citofono suonava sempre. Mi disse: “Ma come fai? Non puoi continuare così. Cambia il nome sulla targhetta. Tranquillo, te lo trovo io”. Per qualche anno mi sono chiamato Edoardo Pesce. Lo aveva fatto anche lui, d’altronde, nella sua casa in via D’Azeglio».

Che cosa vi divideva e che cosa vi univa?

«La differenza di generazione, la formazione. Lucio era nato durante la guerra, era stato cresciuto solo dalla madre, aveva sofferto parecchio ma era stato anche un bambino prodigio. Per fortuna sua e nostra, ha saputo trasformare in ricchezza creativa le sue esperienze. Quello che più ci accomunava era il gusto del raccontare, il piacere d’affabulare, la fascinazione delle parole. Fosse vivo, staremmo ancora qui a giocare con le parole».


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 2 Marzo 2022, 17:12
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