Coronavirus Roma, al San Giovanni 9 contagiati: chiuso reparto di Medicina

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di Alessia Marani Camilla Mozzetti
Chiusa causa Covid-19 la Medicina 2 dell'ospedale San Giovanni di Roma. Una misura resa necessaria dopo la scoperta di ben due medici, un infermiere, un'ausiliaria e cinque pazienti trovati positivi al coronavirus. Uno dei dottori e l'infermiere, effettuato il tampone, sono stati trasferiti allo Spallanzani, dove sono ricoverati. L'operatrice socio-sanitaria è assistita in isolamento domiciliare mentre i degenti sono stati smistati negli altri ospedali dedicati della Capitale.

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Il reparto è chiuso «transitoriamente» dal 24 aprile giorno in cui è ufficialmente esploso il focolaio, per permettere la sanificazione e nell'attesa che tutto il personale possa riprendere regolarmente servizio. Ventotto operatori sono in quarantena. Sarebbe positiva e in isolamento domiciliare, anche la moglie di uno dei due medici. Il Sisp, i servizio di igiene e sanità pubblica della Asl Roma 1, si sta occupando dell'indagine sul link epidemiologio del cluster, individuando la cerchia dei contatti più stretti avuti da tutti e dieci i positivi.

LE MISURE Il San Giovanni Addolorata, paradossalmente, è uno dei nosocomi Covid-free della rete ospedaliera romana, ovvero non accetta ricoveri di pazienti positivi. Questi sono dirottati piuttosto all'Umberto I, al San Filippo Neri, al Gemelli, al S. Andrea o al Policlinico di Tor Vergata, per citare i principali Covid hospital. Da quando a inizio marzo proprio al San Giovannni si registrò il primo decesso a Roma per coronavirus (una 87enne che durante i 46 giorni di degenza iniziata il 17 gennaio, ben prima che esplodesse l'emergenza, transitò per più reparti) le misure di prevenzione dal contagio nei reparti furono accelerate sotto la spinta del personale stesso, dagli addetti alle pulizie ai medici non tutti ancora dotati degli adeguati dispositivi di protezione individuale, preoccupati per avere a che fare con il nuovo e insidioso virus arrivato dalla Cina.
In fretta si provvide a separare i percorsi di accesso, a organizzare un triage idoneo in pronto soccorso per intercettare subito i potenziali positivi e vennero bloccate del tutto le visite di parenti e amici dall'esterno. Ancora oggi se si debbono portare degli effetti personali ai degenti, i parenti contattano i reparti e lasciano il materiale agli operatori. Diventa così ancora più inspiegabile, adesso, come mai il Covid-19 abbia trovato di nuovo la strada per insinuarsi in uno dei principali reparti dell'edificio di via dell'Amba Aradam. Le ipotesi sono varie ma nessuna appare al momento verificata. La più accreditata è che possa essere stato portato da un sanitario impiegato in più strutture. Ma, appunto, è una circostanza che, almeno per il momento, non è stata suffragata da riscontri reali.

I FALSI NEGATIVI C'è un elemento che preoccupa le task-force anti-Covid che stanno lavorando senza sosta per arginare il virus nel Lazio: i cosiddetti tamponi falsi-negativi. Ossia il tampone di per sé non dà certezza assoluta della presenza della malattia, che viene indicata con più sicurezza solo nei giorni-clou della sintomatologia. Per cui sta accadendo che persone dimesse da ospedali anche con tamponi negativi e poi bisognose di cure secondarie in centri di riabilitazione o case di riposo, siano poi invece risultate positive dando vita a nuovi contagi. Pochi casi, fortunatamente, finora. Ma che indicano un potenziale pericolo da non sottovalutare.
 
Ultimo aggiornamento: Venerdì 1 Maggio 2020, 14:10
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