Roma, piano sulle case di cura: «Test e tamponi a tutti per evitare altri focolai»
di Alessia Marani

Roma, piano sulle case di cura: «Test e tamponi a tutti per evitare altri focolai»

Dopo il caso della Clinica Latina di via Vulci - 26 positivi tra i 31 pazienti e i 37 operatori sanitari - oggi le unità speciali di continuità assistenziale regionale, ovvero le Uscar collegate allo Spallanzani, inizieranno il monitoraggio attivo (vale a dire, faranno i tamponi) su tutte le case di cura e Rsa della Asl Roma 2. Si parte dal centro di riabilitazione Santa Lucia, sull'Ardeatina, per poi espandere l'azione negli altri centri individuati dalle Asl con l'istituto per le malattie infettive. Si tratta delle squadre speciali formate da medici e infermieri volontari arruolate dalla Regione Lazio (al momento sono 300), costituite con l'ausilio dell'Ordine dei medici e chirurghi di Roma, che hanno l'obiettivo di eseguire i tamponi domiciliari rimasti arretrati e, soprattutto, di andare a stanare, laddove c'è più pericolo, nella Fase 2, nuovi potenziali cluster. «Siamo stati contattati anche per andare nella Asl Roma 6, siamo già stati nella Roma 4 - afferma Pier Luigi Bartoletti, vicepresidente dell'Ordine e leader dei medici di famiglia - andremo anche nella 3 per fare tamponi a tutto il personale sanitario, anche convenzionato, torneremo anche ad Anzio, Nettuno, Lanuvio, Nemi e Ariccia. Nella Roma 2 nell'ultimo periodo abbiamo eseguito duemila tamponi, azzerando l'arretrato, adesso siamo dunque a regime per potere intervenire preventivamente o in concomitanza con un nuovo focolaio. Domani (oggi, ndr) iniziano dalla Santa Lucia». La Regione Lazio, nel complesso, ha fatto sapere di avere inviato gli ispettori delle Asl in 620 strutture per anziani, ma ora è il momento dei tamponi a tappeto. «Non bisogna sottovalutare il rischio perché il virus in queste strutture - aggiunge Bartoletti - è come una volpe dentro un allevamento di pulcini». L'assessore regionale a capo della task-force anti-Covid, Alessio D'Amato, ha annunciato tolleranza zero nei confronti di «chi non ha difeso gli anziani», fino alla revoca delle convenzioni.
Intanto, sono state ultimate le operazioni di trasferimento da parte dell'Ares 118 di 28 pazienti dalla Clinica Latina allo Spallanzani. Qui è stato allestito il primo smart hospital per gli anziani. Man mano che i medici delle Uscar andranno avanti con il monitoraggio, porteranno qui i degenti anziani secondo un principio di umanizzazione delle cure «che fa la differenza, al di là della qualità clinica e scientifica», come spiega il direttore sanitario dello Spallanzani, Francesco Vaia. La tecnologia, attraverso la dotazione di ipad, aiuterà gli anziani a mettersi in contatto con i figli e i parenti.
Non credeva ai suoi occhi e alle sue orecchie Mauro Palombi quando sabato sera ha visto il suo telefono squillare e sentito la voce della sua mamma, Giovanna, 88 anni. «Mi diceva che era arrivata allo Spallanzani e mi ha chiesto se potevo portarle una bomba alla crema, non so come le è venuto in mente», dice Mauro, operaio rimasto disoccupato poco prima dell'emergenza coronavirus. Sono stati Mauro e la moglie Patrizia a chiamare il 112 e la Asl Roma 2 facendo scattare i controlli nella Clinica Latina dove si è sviluppato il focolaio di coronavirus. «Mia madre - racconta - era stata dimessa dal San Filippo Neri in condizioni stabili e portata in clinica per la riabilitazione il 6 aprile. Il 20 aprile mi chiamano per dirmi che le sue condizioni erano critiche e di organizzarmi per il funerale. Ma come poteva essere peggiorata così in breve tempo? Premetto che in tre settimane, sono riuscito a parlarle al telefono solo una volta e poi una seconda giovedì 30 aprile, con una videochiamata arrivata solo dopo che avevamo chiamato la Asl. Accanto a lei che mi diceva vienimi a prendere c'era un'infermiera che non aveva neppure la mascherina». Mauro dopo il 20 aprile contatta il medico di famiglia e il San Filippo Neri, nessuno sa spiegarsi il repentino peggioramento di Giovanna, nessuno però riesce ad accedere alla struttura. Giovedì scorso, giorno del cambio biancheria, l'unico in cui i parenti possono andare e lasciare indumenti, si presenta in clinica «ma discuto con una dottoressa che mi liquida con arroganza, mi minaccia: Se chiama la polizia, si ricordi che sua madre è qui. Mi sento male, chiamo mia moglie che, allora, comincia a telefonare al 112». Il 30 stesso arrivano i medici della Asl in via Vulci, fanno i test e poi i tamponi. Anche Giovanna è tra i positivi.

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Ultimo aggiornamento: Lunedì 4 Maggio 2020, 10:24
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