Fase 2, Roma si sveglia con il traffico: parchi affollati e mascherine

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di Simone Canettieri
«È la mia, eccomi eh». Il buongiorno della fase 2 si riconosce dalla doppia fila. Il ritorno, timido, dei parcheggi a caso (e delle contestate strisce blu a pagamento).
Tuttavia la mascherina e il distanziamento fisico smorzano subito l'ira del bloccato di turno: «Lasciamo perdere, va'». Tanto ormai, la pazienza - e non la disobbedienza - è diventata la virtù dei romani. Ecco, l'epifania delle macchine, dopo due mesi di stop. L'apparizione dell'ingorgo sul Lungotevere come risposta al lungo lockdown. I clacson. Ma sono casi sporadici, nella Roma che prova a sgranchirsi «dopo essersi riposata», per dirla con Gigi Proietti.

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IL TEST
Si cerca allora di capire se il sistema di trasporti più disordinato del Paese sia in grado di reggere questa nuova vita D.C. (nel senso dopo Coronavirus). La risposta sarebbe scontata, ma manca il materiale umano per il test. Gli unici piccoli assembramenti - benzina per l'epidemia - si registrano all'alba davanti alle fermate della metro in periferia. Piccoli fatti e diversi volti scoperti. A fine giornata si saprà che sulle metropolitane e sui bus dell'Atac l'incremento dei passeggeri è stato comunque minimo: una media del più 10% rispetto alla fase 1. Certo, manca chi possa controllare alla lettera le nuove disposizioni, ma il sistema regge semplicemente perché continua a esserci poca gente in giro. A bordo si deve indossare la mascherina, rari temerari fanno finta di nulla. Stesso discorso, addirittura, per qualche autista. Perché? «Ao, c'ho caldo».

La stazione Termini, blindata e piena di frecce adesive per terra e percorsi unidirezionali come in un gioco di ruolo, continua a sognare i bei tempi del caos che furono sotto la cappa mazzoniana. «Giornata tranquilla: tutti molto rispettosi, di fretta sì, ma senza nevrosi», registra l'edicolante con occhio da cronista compassato. Regna in generale un'altra cappa, quella della responsabilità che sfocia in un'ansia collettiva, figlia dei 1000 Dpcm e delle 500 circolari che hanno ingolfato le memorie dei cellulari. E anche vero, però, che il blocco delle forze dell'ordine è scomparso dal presepe metropolitano: i dati del Viminale e della municipale registreranno una diminuzione drastica dei fermati e quindi anche dei multati.

Bisogna comunque scendere sotto terra. E prendere la metro A. Un giro, una prova. Il distanziamento funziona. Perché si è mosso da casa solo chi doveva farlo per forza, dunque per lavoro, categorie che oggi - lunedì 4 maggio 2020 - rischia di rientrare nella casistica dei «privilegiati». E così svaniscono due topos: la metro non è più il generatore automatico di destini romantici (perché nel frattempo si chatta con l'affetto stabile in un'altra regione) e l'effetto calca snervante - non mi spinga, non mi tocchi, che fa tocca? - non c'è più. E non si vedono le baby gang di borseggiatori.

Stare sotto terra è comunque un supplizio. Soprattutto con questo sole che ha avuto la meglio sulle autocertificazioni. Lo sanno bene i bambini. Escono più tardi, loro. Con i nonni. Con le mamme. Con le sorelline. In bici, a piedi e con il monopattino. Con il pallone sotto il braccio e anche - visto in zona San Giovanni - con un aquilone. A Villa Borghese è festa. Si corre, distanziati. Si passeggia, tra amici e coppie. Le mascherine sono un optional. Per lunghi tratti non se ne vede una.
Così come la cura del verde in ville, parchi e giardini. Hanno riaperto i cancelli dopo due mesi, ma i giardinieri sono rimasti in letargo. Ah, il ritorno alla normalità: i rifiuti nei cestini che straboccano, le erbacce prepotenti sovrastano le panchine. «Ma chi si vuole mettere seduto dopo mesi di divano?», sdrammatizzano gli entusiasti. L'incuria come madeleine per ricordarci com'eravamo? Si diceva che chi può è uscito per passeggiare e per le attività sportive all'aperto (Lungotevere affollatissimo nel pomeriggio), mentre chi doveva è andato a lavorare. In generale ha vinto il senso di responsabilità.

LE DUE CITTÀ
Il centro è rimasto pietrificato: nulla è cambiato. Uffici chiusi, turisti estinti, vie dello shopping, a partire da via Condotti e piazza di Spagna, deserte. Lo scoramento, cartolina di una Roma sotto choc. Al caffè Sant'Eustachio, mecca dell'espresso con la crema, alle 10.30 hanno «staccato 21 scontrini», racconta il proprietario. Che aggiunge: «Abbiamo aperto solo per dare un messaggio di speranza». I baristi sono in cassintegrazione. Il caffè in plastica, senza più la sosta tazzina al bancone, ha un sapore agrodolce. Ma è un passo in avanti. Colosseo, piazza Navona, piazza Venezia rimangono lì a guardare. Più maestosi e severi del solito.

Si notano comunque due città girando in bici. Le zone più periferiche sono più vive. A Tor de' Schiavi c'è la fila fuori dalla pasticceria: e c'è chi si prepara il bignè alla crema con il volto ben in vista. E la mascherina? «Si sporca». Sciamano le famiglie riflessive sull'isola pedonale del Pigneto, si cercano cappuccini «i nostri affetti stabili», come scrive su Instagram Nadia. I mercati rionali hanno riaperto. Ma non ci sono file. All'Alberone, sull'Appia, i ragazzi chiacchierano sui motorini. L'idea che una divisa passi a disperderli non li tange. Non accadrà. Nei negozi di vicinato c'è l'eco delle lamentele di chi sta dietro al bancone con notizie del tipo: «La parrucchiera non riaprirà».
Dall'altra parte del Tevere - attraversando una piazza del Popolo che chissà quando rivedrà palchi e bandiere - c'è la Prati degli studi legali con le finestre anodizzate chiuse. Via Cola di Rienzo, solo i manichini. Si arriva a San Pietro. Una volante alla fine di via della Consolazione, la piazza chiusa, un lungo rosario di disperati tutti attaccati tra loro sotto il colonnato del Bernini per proteggersi dal sole. Inutile cercare le mascherine. Lontano da qui, a Santa Croce in Gerusalemme, sfrecciano al tramonto i runner avanti e dietro. Di mattina c'è stato un funerale. All'aperto. Quindici persone, distanziate. «Era il signore che abitava in via La Spezia».

 
 


 
 
 
Ultimo aggiornamento: Martedì 5 Maggio 2020, 07:02
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