Rezza (Iss): «Attenti all’effetto euforia e agli spostamenti in bus»

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di Mauro Evangelisti
«I dati di oggi sono buoni. Finalmente. Ce n'è voluto per abbassare i numeri dell'epidemia, non è avvenuto da un giorno all'altro. Ma con le riaperture sono preoccupato, non lo nego».
Il professor Gianni Rezza è direttore del dipartimento Malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità (Iss). Nel giorno in cui i casi attualmente positivi scendono sotto quota centomila, in coincidenza con l'avvio graduale della fase due, non riesce a essere tranquillo, anche perché «un secondo lockdown sarebbe un vero disastro».

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Cosa la spaventa maggiormente?
«Partiamo sempre da un elemento: i casi positivi che compaiono oggi nei dati sono risalenti a contagi di qualche settimana fa. Il problema è capire cosa succede ora. Per consolidare questi risultati bisognerebbe essere molti cauti, io sono molto preoccupato per due motivi. C'è un effetto di mobilità della popolazione che un minimo di rischio lo comporta. Fino ad oggi abbiamo vissuto in una campana di vetro, la trasmissione del virus era solo intra familiare o in strutture come le Rsa. E poi mi spaventa l'effetto euforia».

Cioè?
«Qual è la percezione della gente? È disposta a mantenere comportamenti sicuri, dal distanziamento al lavaggio frequente delle mani fino ad indossare le mascherine? Se invece le persone pensano vabbè, abbiamo scampato il pericolo allora è un problema. Il pericolo non è scampato, il virus è sempre in agguato, bisogna essere prudenti e graduali nella ripresa. E poi c'è quello che deve fare la sanità pubblica...».

Lo sta facendo?
«Prima di tutto, deve essere pronta sul territorio a intervenire, a identificare i casi positivi, a rintracciare i contatti. Sono tutte cose da fare rapidamente, i focolai vanno identificati tempestivamente e contenuti. Altrimenti, non c'è nulla da fare».

Però siamo in ritardo: ancora la app non c'è.
«Secondo me la app può essere utile, ma è un di più. Servono soprattutto le risorse umane, capacità di rintracciare i casi, di assicurare i controlli. La app è uno strumento, ma non è il primo».

Per molte settimane ci sono stati seri problemi con i tamponi. Per tante persone che avevano i sintomi o avevano avuto contatti con persone positive l'esame non è mai arrivato. Ora siamo in grado di eseguire più tamponi?
«Di tamponi se ne fanno tanti, l'Italia insieme alla Germania è il Paese che ne fa di più. Il punto è: a chi li facciamo? Vanno fatti in modo mirato, a chi ha avuto contatti. Importantissimo, perché dobbiamo riuscire a intercettare i pre sintomatici. Spetta alle Regioni organizzarsi, con la regia centrale».

Molti contagi sono avvenuti in famiglia. Non sarebbe meglio portare in hotel i positivi?
«Non è sempre facile. A volte ci manca la forza e il cuore per distaccare una persona dalla famiglia. Ci sono problemi di fattibilità ma anche di accettazione di provvedimenti di questo tipo».

Cosa dobbiamo migliorare subito per la fase 2?
«Senza dubbio il lavoro sul territorio, perché Covid Hospital e posti in terapia intensiva ci sono. Bisogna andare a trovare con più efficienza i positivi. E i cittadini possono aiutare con i comportamenti corretti. Sembrano banalità ma mascherine, lavaggio delle mani, mantenimento delle distanze sono fondamentali».

Gli spostamenti dal Nord al Sud possono rappresentare un problema serio?
«Mi preoccupano. Spero non sia un esodo biblico. I governatori del Sud hanno chiesto un isolamento domiciliare per chi rientra. Spero prevalga buon senso, responsabilità e desiderio di non mettere a rischio un proprio familiare. Occhio all'uso dei mezzi pubblici: chi può, prosegua con il telelavoro, è assolutamente produttivo».

Pessimista od ottimista?
«Pessimista di regola, da epidemiologo. Non posso essere ottimista fino a quando il virus è in giro e non c'è un vaccino».
 


 
 
 

Ultimo aggiornamento: Martedì 5 Maggio 2020, 09:25
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