Trattativa M5S-Pd, il Colle: tocca ai partiti, l'unica alternativa è il voto
di Marco Conti

Il Quirinale: ora tocca ai partiti, unica alternativa le urne

Un percorso lineare, super notarile, quello che Sergio Mattarella sta seguendo per tentare di dare un governo al Paese. L'esploratore Roberto Fico ha raccontato ieri pomeriggio al presidente della Repubblica che occorre ancora qualche giorno per verificare se è possibile l'avvio di una trattativa M5S-Pd. Mattarella non poteva non concedere tempo in più dopo aver atteso per diciassette giorni che si consumassero i tentativi grillini con la Lega.

I MALINTESI
Nel mare piatto di una crisi complicatissima, l'increspatura che solleva il seppur difficile confronto tra Di Maio e Martina è un novità anche se non permette di stappare bottiglie di prosecco. Le macerie di una lunghissima campagna elettorale ingombrano ancora il percorso, ma quel briciolo di volontà mostrata a Fico dalle delegazione del M5S e del Pd nel corso delle consultazioni a Montecitorio, va per il Colle alimentata. Lasciando però che siano i partiti a decidere, in un tempo congruo, come farsi vivi anche se con un programma di pochi punti e un'alleanza da verificare dopo un breve lasso di tempo. Sfilare il presidente della Camera dalla trattativa considerando chiuso il suo mandato, contribuisce quindi a non alimentare malintesi - che hanno già avvelenato nei giorni scorsi il clima - su possibili pressioni, mentre l'ipotesi di un terzo giro di consultazioni resta ancora sulla carta. Così come l'idea - in caso di no del Pd - di dare un preincarico a Salvini se continua a sostenere di essere vicino all'accordo con i grillini.
In attesa della direzione del Pd del 3 maggio e del confronto interno al M5S, si consumerà quindi un'altra settimana perchè sono stati i leader a chiederlo e sono le condizioni ad imporlo. La palla è tornata ai partiti. Fico ha compiuto in maniera «positiva» il suo lavoro e tocca ora a M5S e Pd dire entro giovedì prossimo che cosa vogliono fare. C'è attesa per la direzione del Pd, ma anche per ciò che accade nella base pentastellata che, allevata per cinque anni contro i dem, fatica a comprendere l'eventuale intesa.

Mattarella ascolta e prende atto delle posizioni dei partiti. Comprese quelle contrarie di Di Maio e Salvini al cosiddetto governo del presidente e più favorevoli al ritorno a breve al voto. Malgrado tutti i sondaggi dicano che non cambierebbe nulla, lo sbocco elettorale diventa sempre inevitabile qualora dovesse fallire anche questo tentativo. Un'eventualità che segnale l'incapacità e l'impotenza dei partiti. Anche dopo il voto, l'attuale sistema elettorale proporzionale imporrà comunque alleanze ed è probabile che il tema non si eludibile nella prossima campagna elettorale. «Che dirà allora il Pd? Con chi starà», si chiede il sottosegretario Gianclaudio Bressa. Il ritorno alle urne in assenza di prospettiva è considerato una iattura dal Quirinale di cui i partiti si assumeranno la responsabilità. Fine settembre il mese più probabile perchè si è ormai chiusa la finestra elettorale di primavera visto che la legge sul voto degli italiani all'estero impongono sessanta giorni di tempo dallo scioglimento.
Malgrado la legislatura sia appesa ad un filo, al Quirinale sperano che il tavolo M5S-Pd si apra e che un programma di pochi punti programmatici possa far partire la legislatura.

IL TIMORE
I segnali che però arrivano dal Nazareno non sono troppo confortanti. Renzi continua a mostrarsi con i suoi altamente scettico, ma fortemente tentato dall'avvio del confronto in modo da restituire al M5S il favore del 2013. Non crede, l'ex segretario del Pd, che il M5S possa essere costituzionalizzato, tantomeno che ci riesca un partito, il Pd, che ha la metà dei voti del M5S. Alzare l'asticella delle richieste potrebbe rappresentare l'unico modo per farsi dire di no. Così come la richiesta - non avanzata dal Pd nei colloqui con Fico - di un passo indietro di Di Maio dalla premiership. All'ipotesi che dopo il voto in Friuli possa riaprirsi il dialogo con M5S-Lega, non crede più nessuno e ciò aumenta dentro il Pd il timore di un ritorno al voto anticipato e amplia l'area dei favorevoli guidata da Dario Franceschini e composta anche da Andrea Orlando e Michele Emiliano.

La descrizione che ancora ieri facevano i grillini dei governi del Pd come «una serie di fallimenti», non aiuta certamente il confronto, ma rischia di accendere la tentazione di Renzi di tornare al suo posto di segretario - come chiede da deu giorni Antonello Giacomelli - e di gestire direttamente la trattativa. In vista della direzione del 3, tra il no grazie e il vediamo, ieri sera i renziani più stretti davano in vantaggio la seconda opzione, ma l'obiettivo resta sempre lo stesso: dimostrare che, dopo Salvini, anche Di Maio è fuorigioco.

 
Ultimo aggiornamento: Venerdì 27 Aprile 2018, 15:10
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