Qualcuno era comunista: cento anni fa nasceva il Pci. Un pezzo di storia italiana tra Livorno e la Bolognina
di Claudio Fabretti, Livia Turco, Adolfo Urso

Qualcuno era comunista: cento anni fa nasceva il Pci. Un pezzo di storia italiana tra Livorno e la Bolognina

Cento anni dal giorno in cui il comunismo mise radici in Italia. Era il 21 gennaio 1921 quando a Livorno, al Congresso del Partito socialista (foto), la minoranza di sinistra fondò il Partito comunista. Il vento della rivoluzione russa del 1917 iniziava a spirare anche nel nostro paese e l’Avanti! titolava polemicamente “L’inesorabile volontà di Mosca si è compiuta”. 
Da allora, il Pci ha vissuto per altri 70 anni, attraversando epoche e temperie politiche di ogni sorta: dall’antifascismo di Gramsci alla vocazione filo-sovietica di Togliatti, dalle aperture alla stagione dei movimenti e all’Alleanza atlantica di Berlinguer, fino all’atto finale siglato dall’ultimo segretario, Achille Occhetto, alla Bolognina il 3 febbraio 1991, quando si chiuse il sipario sulla storia del più grande partito comunista dell’Europa occidentale e nacque il Partito democratico della sinistra. 
In mezzo, una lunga stagione di battaglie e di conflitti, anche interni, con correnti divenute ormai storiche (amendoliani, Manifesto, miglioristi, cossuttiani etc.) tra successi elettorali, come quel 34,4% conquistato nel 1976, ed errori storici, come la mancata condanna dell’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956. Dopo la caduta del Muro di Berlino del 1989, la Storia ha presentato il suo conto, ma senza cancellare un’esperienza politica che rimane un pezzo rilevante della storia d’Italia.

 


Livia Turco: «Con le donne il Pci sposò i nuovi diritti»


«La democrazia ha bisogno delle donne, le donne hanno bisogno della democrazia» è la frase pronunciata da Palmiro Togliatti alla Prima Conferenza Nazionale delle Donne Comuniste nel giugno del 1945. Portando come esempio di autorevolezza femminile Santa Chiara e Santa Caterina, disse che un partito non è un fine ma un mezzo per perseguire il bene comune. Le donne dovevano combattere per i propri diritti per cambiare la propria vita, questo avrebbe cambiato profondamente la società e costruito una democrazia nuova, la democrazia progressiva. Di qui la centralità di una battaglia delle donne per la propria emancipazione. 
D’altra parte le donne sono state una grande forza del PCI. Fin dall’Ordine Nuovo di Antonio Gramsci nel 1922 comparve un articolo scritto da Camilla Ravera su Il nostro Femminismo. Con Rita Montagnana, Teresa Noce costruirono un forte legame con le lavoratrici e misero al centro il tema della famiglia, del lavoro domestico, della parità salariale. Hanno sopportato l’esilio, i campi di concentramento e hanno costruito il partito nella Clandestinità. Sono state protagoniste della Resistenza. Protagoniste nella Assemblea Costituente con il ruolo importante di Nilde Iotti. Protagoniste negli anni 60 della battaglia di emancipazione. Obbligarono il PCI a schierarsi a favore della legge sul divorzio, per il nuovo diritto di famiglia. Sostenute da Enrico Berlinguer, contribuirono a cambiare la cultura del partito: la sessualità, il corpo, i sentimenti, il potere femminile, la lotta al maschilismo furono i temi nuovi. Ma anche una concezione nuova del lavoro, del welfare. Furono orgogliosamente donne e orgogliosamente Comuniste. Credevano nel gioco di squadra e praticarono la politica come legame con le donne nella vita quotidiana e sogno di un mondo nuovo, una società umana a misura di donne e uomini.



Adolfo Urso: «Bocciamo la dottrina, non le persone»

Ricorre oggi il centenario della nascita del Partito Comunista Italiano, fondato il 21 gennaio del 1921 a Livorno da Nicola Bombacci, Antonio Bordiga, Antonio Gramsci e Umberto Terracini, sull’onda della rivoluzione bolscevica che a Mosca travolse con la violenza ogni resistenza, anche quella socialdemocratica e menscevica. L’Armata Rossa aveva imposto il regime collettivista e altrettanto si pensava di realizzare anche in Italia fondando un partito che sin dall’inizio si richiamò alla Internazionale Comunista.
Era un altro secolo, ovviamente, in cui si dispiegava il conflitto tra ideologie e quella comunista non conosceva altro che la propria, contro ogni identità religiosa, culturale o nazionale. La storia ci dirà, alla fine del Novecento, che il bilancio di quella dottrina è stato fallimentare, sotto ogni aspetto. La caduta del Muro di Berlino ha aperto gli occhi anche a chi non voleva vedere.
Ma sarebbe sbagliato giudicare, con la statistica o con la storia, anche le vicende umane di quegli uomini, alcuni davvero straordinari anche sul piano intellettuale, che comunque erano mossi da ideali e che la vita ha profondamente segnato. Penso che questo anniversario debba servirci, non per condannare ma per capire, noi e gli altri, comunque italiani. Deve essere l’occasione per renderci conto quanto importante sia, soprattutto oggi che siamo alla mercé del globalismo, riconoscersi nella comune storia nazionale. Chiunque l’abbia scritta e qualunque sia la pagina, anche non condivisa, comunque essa appartiene alla nostra memoria, alla coscienza di noi italiani.

 

 

Qualcuno era comunista

(di Giorgio Gaber)


Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia
Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà
La mamma no
Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa
La Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre
Qualcuno era comunista perché si sentiva solo
Qualcuno era comunista perché aveva avuto un'educazione troppo cattolica
Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva
La pittura lo esigeva, la letteratura anche: lo esigevano tutti
Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto
Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto
Qualcuno era comunista perché prima, prima, prima, era fascista
Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano ma lontano
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona
Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona
Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio
Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai
Che voleva essere uno di loro
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l'operaio
Qualcuno era comunista perché voleva l'aumento di stipendio
Qualcuno era comunista perché la rivoluzione? Oggi, no
Domani forse ma dopodomani sicuramente
Qualcuno era comunista perché:
"La borghesia, il proletariato, la lotta di classe, cazzo"
Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre
Qualcuno era comunista perché guardava solo Rai3
Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione
Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto
Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali
Parastatali e affini
Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico
Per il Vangelo secondo Lenin
Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sè la classe operaia
Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri
Qualcuno era comunista perché c'era il Grande Partito Comunista
Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il Grande Partito Comunista
Qualcuno era comunista perché non c'era niente di meglio
Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggiore partito socialista d'Europa
Qualcuno era comunista perché lo Stato, peggio che da noi, solo l'Uganda
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più
Di quarant'anni di governi democristiani incapaci e mafiosi
Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia
La stazione di Bologna, l'Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera
Qualcuno era comunista perché chi era contro, era comunista
Qualcuno era comunista perché non sopportava più
Quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia
Qualcuno, qualcuno credeva di essere comunista e forse era qualcos'altro
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana
Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice
Solo se lo erano anche gli altri
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo
Perché sentiva la necessità di una morale diversa
Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno
Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita
Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come
Più di se stesso: era come due persone in una
Da una parte la personale fatica quotidiana
E dall'altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo
Per cambiare veramente la vita
No, niente rimpianti
Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare
Come dei gabbiani ipotetici
E ora?
Anche ora ci si come sente in due
Da una parte l'uomo inserito
Che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana
E dall'altra il gabbiano, senza più neanche l'intenzione del volo
Perché ormai il sogno si è rattrappito
Due miserie in un corpo solo
 

 


Ultimo aggiornamento: Giovedì 21 Gennaio 2021, 18:01
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