M5S, scissione a un passo. Dibba: sconfitta epocale. E Di Maio guarda al Pd

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di Emilio Pucci
La prima resa dei conti ci sarà domani all'assemblea dei gruppi parlamentari. Truppe già schierate e scissione dietro l'angolo. Al fianco di Di Maio, tornato a dettare la linea, c'è l'ala governista' che preme sulla convocazione sugli Stati generali al più presto (e non diluiti in più tappe), sul rafforzamento dell'alleanza con i dem (anche per le prossime amministrative e per le politiche) e su un organismo collegiale che possa prendere le redini del Movimento. E se sarà lui a guidarlo occorrerà farlo per una sorta di acclamazione. «Non si torna indietro per nulla», avvertono chiaro e tondo i suoi.

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Dall'altra parte della barricata c'è Di Battista che ieri ha picchiato duro con chi leggi sempre Di Maio ha festeggiato per il Sì al taglio dei parlamentari, considerato che alle regionali «M5S ha subito la sconfitta più dolorosa della storia». Con Dibba ci sono gli ortodossi, esponenti del fu governo giallo-verde come Lezzi, Toninelli e Grillo, una quindicina di deputati e una piccola pattuglia al Senato dove però i numeri per la maggioranza sono già risicati. M5S è sull'orlo di un burrone tanto che in queste ore è tornato a farsi sentire il fondatore Grillo con telefonate e messaggi affinché si eviti la rottura interna e perfino il presidente della Camera Fico, che pur dando ragione a chi sottolinea come il Movimento abbia «perso le elezioni», invita ad un confronto sulle idee e non su chi debba essere al volante della macchina.

Di Maio, dopo una cena con i fedelissimi Spadafora, Bonafede e Fraccaro, ieri è tornato a perorare la causa del «basta con la terza via». L'analisi parte dal modello Pomigliano' dove ha retto e così in altri comuni, soprattutto della Campania l'asse con i dem. «C'è stata una forte polarizzazione del voto. Lo schema a tre non ha funzionato. Dobbiamo tenere conto del fatto che dove siamo in coalizione spesso andiamo meglio nelle urne. E questo deve farci valutare anche intese con liste civiche», afferma il ministro degli Esteri che non ci sta a perdere tempo.

O-NE-STÀ
Di fronte alla eventualità di una kermesse web guidata da Casaleggio i dimaiani sono pronti a ripetere lo slogan usato nelle piazze per gli avversari: «Onestà». Quell'onestà che questa la tesi manca a chi il riferimento è al figlio di Gianroberto vorrebbe un Movimento in mano agli attivisti con Di Battista nelle vesti di depositario del credo. La terza carica ha invitato i duellanti a deporre le armi: «Occorre - il suo appello - mettere in discussione qualsiasi cosa per andare avanti, guardarci in faccia. Quando ci siamo detti queste cose, senza guerra tra bande e personalismi e egocentrismi, allora potremo intraprendere una strada». Gli Stati generali? «Siano permanenti, non uno spot». La soluzione? «La responsabilità delle colpe e dei meriti è collettiva. Serve una governance collegiale. E io sono sempre disposto a dare una mano». Parole che pero' non abbassano la tensione.

La lettura delle elezioni da parte di Di Battista è impietosa: «Abbiamo perso dovunque, abbiamo perso da soli e in alleanze». Inutile a suo dire parlare di leadership: «Per M5S è una questione di identità e di comunità. Abbiamo perso non solo i voti, ma gli attivisti. Senza di loro non resta niente». In questo caos, con Bugani esponente della vecchia guardia, vicino a Casaleggo e oggi al fianco di Raggi - che ci mette anche il carico da novanta («Non c'è nessun motivo di esultare, abbiamo perso due milioni di voti in 8 anni», afferma), finiscono nel mirino pure i ministri. «Non ci hanno portato neanche un voto», il refrain' dei malpancisti che si sentono tagliati fuori. Il rimpasto fa gola a tutti ma aprire il cantiere della ristrutturazione del governo può essere pericoloso. Sarebbe meglio cercare di distribuire incarichi sul lato organizzativo alla Lezzi e ad altri, per depotenziare Di Battista. Sarà una guerra sui numeri, con il rischio scissione sempre più concreto.
 
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 23 Settembre 2020, 18:53
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