Roberto Di Sante, dall'Inferno a New York correndo contro la depressione. Prossima fermata, Lingotto
di Marco Esposito

Roberto Di Sante, dall'Inferno a New York correndo contro la depressione. Prossima fermata, Lingotto

Roberto Di Sante sta vivendo una seconda giovinezza. Lo senti dal tono della voce perennemente allegro, dall'euforia che trasmette parlando della sua passione, dal turbinio di emozioni che vive e che vorrebbe condividere con tutti gli altri. 

La sua passione è la corsa, e alla corsa ha dedicato un libro, un romanzo che lui stesso ammette essere autobiografico almeno all'80%. «Ho aggiunto un 20% per andare oltre la mia esperienza. Poi essendo un cronista, un testimone che racconta cose, mi è sembrato giusto aggiungere qualcosa che lo rendesse più interessante per tutti».



Roberto Di Sante, infatti, ha lavorato per una vita al Messaggero, agli interni, e il suo libro, giunto alla terza ristampa, Corri- Dall'inferno a Central Park, è un piccolo caso: in parte successo imprevisto e imprevedibile nelle vendite, dall'altra racconto di una via inedita per aiutare chi soffre di depressione. 

Di Sante, parla di un libro in gran parte autobiografico. Quando ha iniziato a correre?
«Io cominciato a correre nel periodo più brutto della mia vita. Era il 2012 avevo 54 anni, lavoravo al Messaggero, ero la mia normale routine. Un giorno ho avuto un attacco di panico in un cinema e da lì la depressione. Mi ero trasferito a Frascati, un medico mi consigliò di camminare, di fare un po' di movimento. Andaii in una villa e vidi questi che correvano. Mi sembravano pazzi. Mi chiedevo perché corressero».

E poi?
«Notai che avevano visi sereni, che non si sentivano mai soli ed ebbi un'idea folle»

Cioè?
«Ho pensato: provo a fare la maratona di New York. Era novembre inoltrato, avevo circa un anno di tempo per prepararmi. Lo dissi al mio amore che - un po' scettica - mi rispose: vedi prima se riesci a fare almeno il giro del palazzo. Io ero uno di quelli che prendeva la macchina anche per fare cento metri».

E come si prepara da zero una maratona?
«Ci si allena, partendo da zero: un minuto correndo e due camminando da ripetere otto volte. Ho trovato un coach del 1980 che mi ha dato una mano, mi ha fatto una scheda, ma nello stesso tempo mi sconsigliava di fare la maratona. Io gli ho risposto che avevo fatto un voto».



Che emozione è finire la prima maratona, la più famosa?
«È come essere protagonista di un film. Finalmente non ero più una comparsa, non subivo più le cose, ma le  conquistavo. Per me voleva dire dimostrare che anche l'impossibile è possibile, che non bisogna mai smettere di sognare. Dico sempre di aver iniziato a correre per sfuggire agli incubi e che ora corro per inseguire i sogni».

Dopo new York non si è fermato
«Devo dire la verità. Quando ho finito la maratona di New York ed ero steso sull'asfalto ho giurato che non ne avrei mai più fatta una. Ma noi runner siamo dei grandi bugiardi. Così dopo ho corso anche  quella di Berlino e di Londra».

Ci ha preso gusto
«Per forza. A quel punto mi sono reso conto che ero a sole tre maratone dalla Abbott World Marathon Majors».

Cioè?
«È il ciclo delle sei maratone più rinomate del mondo. Farle e finirle tutte e sei è il sogno di tutti. Così ho corso anche a Boston, la più difficile con l'heartbreak hill (la collina spezzacuore) a Tokyo e pochi giorni fa a Chicago».

Quanto ci ha messo per fare le 6 maratone?
«Quatro anni, dal 2014 ad oggi. Una grande soddisfazione».



E ora ne farà altre?
«Vorrei darmi all'uncinetto dopo questa fatica. Ma ci sono ancora dei sogni, mi piacerebbe fare quella di Roma, la mia città e correre ad Atene, la maratona del mito. Poi ci sarebbe anche una cosa folle...

Ho quasi paura a chiederle cosa abbia in testa
«The Polar Circle Marathon, La maratana del Polo Nord. So anche che quando deciderò di farla conoscerò in automatico anche data della mia di morte».

Ora ovviamente continua ad allenarsi. Impossibile smettere di correre.
«Si, mi alleno quattro volte a settimana, sempre all'aperto. Correre sul tapis roulant è come mangiare i cannelloni senza ripieno. E della corsa non si può fare a meno. Anche se ti svegli morto, dopo l'allenamento torni a casa vivo». 



Cosa l'ha spinta a raccontarsi in questo libro?
«Ho scritto questo libro perché pensavo di poter aiutare gli altri, e penso di esserci riuscito. Anzi, devo dire che ora siamo alla vigilia del coronamento di tutto questo percorso». 

Cosa succede ora?
«Domenica prossima sono stato invitato a parlare al 48esimo congresso della società italiana di psichiatria al Lingotto di Torino. Mi hanno invitato per parlare della mia storia, di come sono uscito dal mio inferno personale. Non bastano le medicine per uscire dalla depressione. La corsa è stata una cura per l'anima nel mio caso». 

È emozionato?
Per me è una grande soddisfazione e responasbilità. Quando sei depresso, sei nel buio totale hai bisogno di quelle che io chiamo Le maniglie luminose dove appoggiarsi. Nei momenti bui non ti salva una pasticca.

Pensa di aver aiutato delle persone con il tuo libro, condividendo la tua storia?
So che posso sembrare presuntuoso, ma se me lo domandi devo dirti la verti: centinaia. E' la verità. Se me lo chiedi ti devo dire la verità: centinaia di persone.

E ora come sta?
Oggi sono più ricco, sono la persona più ricca del mondo

In che senso?
La corsa è una bomba intelligente: perché innesta una reazione a catena di amicizie bellissime. Ora ho amici in tutto il mondo. 

Un ricordo particolare di questo percorso?
«La maratona di New York di fatto mi ha salvato la vita. E c'è un episodio particolare che voglio raccontarti. Quando ho concludo queste sei maratone a Chicago, sai chi ho abbracciato dieci metri dopo il traguardo? George Hirsch cofondatore della Maratona di New York, che ho conosciuto a Dobbiaco. Quando conquisto le sei stelle. Abbraccio il fondatore di New York. Il finale pereftto di questa storia».


 
Venerdì 12 Ottobre 2018 - Ultimo aggiornamento: 19:02
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