Elisabetta Sgarbi: «Indagini sul progresso e Battiato: ecco la mia Milanesiana»
di Ferruccio Gattuso

Elisabetta Sgarbi: «Indagini sul progresso e Battiato: ecco la mia Milanesiana»

 L’icona storica de La Milanesiana, in verità, non è solo l’elegante rosa rossa divenuta uno dei simboli della cultura in città, ma sono anche gli occhi fermi e al contempo irrequieti di Elisabetta Sgarbi, insostituibile “diva ex machina” della rassegna giunta alla sua 22a edizione, in cartellone dal 13 giugno al 26 settembre. Agenda come al solito fitta di eventi di letteratura, musica, cinema, arte, scienza, filosofia, teatro, diritto, economia, sport: oltre 65 incontri, più di 150 ospiti, 9 mostre, e migrazione in 23 città. Nel sistema eliocentrico de La Milanesiana il sole di questa edizione è la parola “Progresso”. Una parola attorno al quale ci si scontra da secoli.

Cos’è per lei il progresso? «Ci sono progressi e corrispondenti passi indietro. Anzi, ogni progresso porta nuovi problemi a cui trovare correttivi. Non esiste una linea continua e diritta. Il progresso somiglia forse più a una figura elicoidale, vedi le creazioni di Escher, che gira su se stessa immettendo cose nuove».

Una certa mentalità “progressista” pretende teleologicamente di sapere quale sia il percorso sociale per “progredire”: in qualche modo questo è un pensiero che, se radicalizzato, rischia di farsi totalitario. Lei cosa ne pensa?

«Il fenomeno cui fa riferimento, quello della Cancel Culture, è una aberrazione che non ha nulla a che fare col progresso, semmai con la barbarie. La cultura è l’opposto della cancellazione, è un processo di conservazione, in cui la “dimenticanza” è un fenomeno necessario ma molto più complesso di un gruppo di facinorosi che decide di cancellare questo o quello».

Pandemia e lockdown, chiusura teatri, musei, cinema e musica dal vivo: come ha vissuto lei, da donna di profonda cultura, questo periodo?

«Ho preso atto del momento. La chiusura è stata un episodio oscuro della nostra storia. Non discuto la necessità di farlo, ma è stata una ferita profonda. Ha lasciato spazi immensi alle piattaforme elettroniche, i grandi concorrenti delle sale teatrali e dei cinema. Serve uno sforzo per ricreare un equilibrio. Il segreto è tornare a lavorare come si è sempre fatto».

L’icona della Milanesiana fu disegnata da Franco Battiato: un pensiero oggi va a lui. Come ricorda un musicista, compositore e intellettuale come Battiato?

«Franco fu una personalità straordinaria che ha attraversato la musica lasciando una impronta indelebile e rivoluzionandola. Ha saputo coniugare la sperimentazione e la popolarità. Sono molto legata anche al suo cinema, passione che ci univa profondamente. Il cinema per Franco era un luogo privilegiato per esprimere il proprio ricco mondo spirituale. E non ha mai pensato al pubblico nel momento della sua creatività. Il pubblico lo seguiva, lui non lo rincorreva».

Difficile consigliare un solo evento di questa edizione, ma se dovesse?

«Mi piace consigliare l’appuntamento al Cinema Mexico, a Milano, dedicato proprio al cinema di Franco Battiato, venerdì 18 giugno».

I milanesi e la cultura: il pubblico si sveglieranno dal torpore post-Covid?

«Milano è una città piena di risorse e di storia. La pandemia ha evidenziato limiti impensabili, ha messo a nudo lacune, anche una certa vanità e superbia. Ma questa è una città che ha sempre fatto tesoro delle tragedie vissute. E la cultura, a Milano, ha sempre accompagnato questi processi di cambiamento. Pensi a quanto hanno fatto Grassi e Strehler nel dopoguerra. La cultura continuerà ad accompagnare Milano. E la Milanesiana farà la sua parte».


Ultimo aggiornamento: Venerdì 11 Giugno 2021, 06:00
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