Massimo e Gino, dalla fondazione dell'Arcigay alle nozze dopo 40 anni: «Dal Papa apertura straordinaria»
di Totò Rizzo

Massimo e Gino, dalla fondazione dell'Arcigay alle nozze dopo 40 anni: «Dal Papa apertura straordinaria»

«È un matrimonio postumo», scherza Massimo, visto che lui e Gino stanno insieme da 42 anni. E ancora: «Un matrimonio inutile ma necessario: inutile perché ormai solo la morte potrebbe separarci, necessario perché nei due mesi in cui Gino è stato ricoverato in ospedale, durante il lockdown, non ho potuto sentirlo, vederlo, assisterlo ed è stata un’esperienza straziante, pesantissima, al di là della sua stessa assenza da casa».

 


Massimo Milani (romano, 66 anni) e Gino Campanella (palermitano, 73) sono tra i fondatori dell’Arcigay che nacque a Palermo nel 1980. E sono tra i personaggi più conosciuti, nell’universo Lgbt+, della lotta per la conquista dei diritti civili in Italia. Il primo incontro a Roma, durante una manifestazione del Fuori (Fronte Unitario Omosessuali Rivoluzionari Italiani), creato da Angelo Pezzana a Torino, città nella quale Gino era arrivato da bambino insieme con la famiglia dalla Sicilia. Gino si era sposato, aveva avuto due figli maschi, lavorava alle Poste e viveva la sua omosessualità come una colpa, una condanna. Dopo quell’incontro a Roma, Gino decide di far svoltare la sua vita con Massimo, si trasferiscono a Palermo e aprono un laboratorio di pelletteria molto frequentato nel cuore storico della città. 

 

 


Fedeli alla propria storia personale e politica hanno scelto una data e un luogo “simbolo” per le nozze: il 31 ottobre a Giarre, a pochi chilometri da Catania, dove nel 1980 furono uccisi con un colpo di pistola ciascuno Giorgio Giammona e Toni Galatola, conosciuti in paese come “i ziti” (i fidanzati): delitto rimasto impunito perché se ne attribuì la colpa un nipote di Toni, allora tredicenne e dunque non perseguibile, che poi ritrattò: un omicidio su commissione, in ogni caso, un omicidio “per vergogna”.


«Vogliamo ricordare un atto di violenza celebrando un atto d’amore», dicono Massimo e Gino che finora non avevano voluto unirsi civilmente perché ritengono la legge Cirinnà utile ma incompleta «che garantisce dei diritti, certo, ma è sempre un istituto creato “apposta per…”. Non offre la parità che vogliamo e soprattutto non riconosce il ruolo della genitorialità». 


Sulle nozze imminenti arriva però la ventata quasi rivoluzionaria delle recenti parole di Papa Francesco: gli omosessuali hanno diritto a una famiglia. «Un’apertura straordinaria del mondo cattolico (Gino è credente, ndr), ci chiediamo però se uno Stato laico debba andare a rimorchio del Papa». Quel “sì” sarà comunque pronunciato con la consapevolezza che, in 42 anni, qualcosa è cambiato: «Bisogna stare allerta, l’omofobia è come il razzismo, torna sempre a galla ma se oggi un ragazzo può fare coming out più serenamente è anche grazie a quel che si è seminato». 


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Ultimo aggiornamento: Venerdì 23 Ottobre 2020, 11:55
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