Salva Roma a rischio, nuovo stallo
Il Pd spaccato in Commissione
di Andrea Bassi

Salva Roma a rischio, Pd spaccato in Commissione

I volti tesi. Gli animi accesi. Il tono della voce che si alza e fino ad arrivare fuori dell’aula della Commissione. Sul punto decisivo, i «compiti a casa» per Ignazio Marino in cambio dei 485 milioni necessari a salvare Roma dal default finanziario, il decreto con il salvagente per la Capitale finisce di nuovo in stallo. Eppure nella Commissione bilancio del Senato, il Partito Democratico e Scelta Civica avevano praticamente raggiunto un accordo sull’emendamento Santini.



Nell’intesa era stato inserito l’obbligo di un piano di rientro triennale dal debito del Comune da presentare entro sessanta giorni e che dovrebbe essere «verificato» da un tavolo interistituzionale con un posto riservato al governo. Ma anche la «dismissione o liquidazione» di tutte le società comunali che non erogano servizi pubblici. Ma su questo punto, a sorpresa, si è messo di traverso il governo rappresentato in Commissione dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanni Legnini.



Quest’ultimo ha proposto una riformulazione della norma inserendo un riferimento all’articolo 3 comma 27 della finanziaria del 2007. Un codicillo che se approvato salverebbe dalla liquidazione tutte le società «in house» del Comune. Le varie Zetema, Risorse per Roma, le Assicurazioni, non finirebbero sul mercato o chiuse. Il blitz di Legnini ha mandato su tutte le furie Linda Lanzillotta, la rappresentante di Scelta Civica ago della bilancia in Commissione. «Se passa questa riformulazione», ha subito chiarito la senatrice, «salta l’accordo sull’intero emendamento». Così per far andare avanti i lavori l’unica soluzione è stata quella di accantonare la norma e rimandare il voto a questa mattina. Sperando che la notte porti consiglio.



Corsa contro il tempo Il passaggio è decisamente delicato. Il decreto Salva-Roma scadrà la settimana prossima, il 28 febbraio. Domani dovrà approdare in aula in Senato (dove arriverà anche se la Commissione non ha finito i lavori), poi passerà alla Camera, dove è probabile che giunga solo due o tre giorni prima della sua scadenza. Per impedire che il provvedimento decada Montecitorio non potrà apportare nessuna modifica. Per questo la componente Pd romana, rappresentata soprattutto alla Camera, con la sponda di Legnini (dato in corsa per lapoltrona di assessore al Bilancio del Comune in caso di rimpasto), sta cercando in tutti i modi di disinnescare l’emendamento Santini.



Ma è probabile che alla fine il testo passi senza le modifiche proposte dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. A meno che Legnini e il Pd non provino a fare melina anche oggi e a mandare il testo in aula senza votare l’emendamento. Un modo per dribblare l’opposizione di Scelta Civica che nell’assise generale non è decisiva come in Commissione. Ma assomiglierebbe alla ghigliottina usata dalla Boldrini alla Camera. Comunque sia a decidere definitivamente le sorti del Salva-Roma sarà la Camera. Ieri, in coro, i deputati romani del Pd hanno chiesto ai senatori di non modificarlo. In transatlantico a Montecitorio, alcuni onerevoli di area Dem, minacciavano addirittura di voler far decadere il provvedimento in caso contrario. Con quali conseguenze? Teoricamente il default della Capitale.



In realtà qualcuno parla già di un piano B. Alcuni deputati Pd avrebbero già consultato insigni giuristi per capire cosa sarebbe de gli effetti prodotti dal decreto sui bilanci di Roma. La risposta sarebbe stata che il rendiconto del 2013 non avrebbe conseguenze, mentre problemi seri ci sarebbero sui conti del 2014. Ma anche in questo caso la soluzione sarebbe già pronta: un disegno di legge da approvare con una corsia preferenziale con le norme del decreto decaduto. Ragionamenti, tuttavia, fatti in un vuoto di governo e dunque senza interlocutori. Ieri il campanello d’allarme sarebbe scattato anche tra i renziani che basiti si sarebbero attacati al telefono per capire cosa sta succedendo.
Mercoledì 19 Febbraio 2014, 09:44
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