I Mittal sono disponibili a fare retromarcia, aperture su occupati e oneri di riconversione

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di Rosario Dimito e GiusyFranzese
Laskhmi Mittal e suo figlio Aditya già ieri sera sono tornati a Roma con il loro aereo privato, in vista dell'incontro di oggi pomeriggio a Palazzo Chigi con il premier. Stavolta - raccontano fonti qualificate - con animo diverso rispetto a quello del vertice del 6 novembre scorso, quando uscirono dal palazzo del governo convinti che l'Italia non fosse un paese dove si può lavorare. Dopo poco più di quindici giorni in cui è accaduto praticamente di tutto, il gruppo adesso è fiducioso e «spera in buoni progressi nella ricerca della soluzione alla difficilissima situazione in cui oggi si trova l'ex Ilva», fanno sapere dall'azienda.

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Un ruolo centrale nello sblocco della vertenza lo giocherà il disinnesco della battaglia legale. In questi ultimi giorni Tesoro ed emissari di ArcelorMittal hanno arato il terreno per confezionare la dichiarazione di intenti (memorandum of understanding), articolata in quattro punti-guida. Il documento, anticipato ieri da Il Messaggero, dovrebbe essere presentato mercoledì 27 al Tribunale di Milano, nell'ambito della prima udienza per la procedura d'urgenza ex art 700 sulla ex Ilva promossa dai commissari: serve per chiedere una proroga fino a Natale.
 


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IL MEMORANDUM
Ieri mattina il dg del Mef, Alessandro Rivera, si sarebbe incontrato con Giuseppe Scassellati, legale del gruppo Arcelor, per discutere delle condizioni da mettere nero su bianco, le quali, se accettate dai giudici, serviranno a siglare un patto di non belligeranza. La bozza del documento è praticamente pronta, in questi giorni le parti devono limarla e verificare la volontà di voler davvero dare vita a un nuovo accordo. Anche perché non c'è solo da definire una protezione legale, rimettere in moto Afo2 , individuare le misure a supporto del rilancio del territorio mediante la combinazione pubblico-privato per creare un lavoro sostenibile e la riconversione green. Arcelor - che nel contratto si è impegnata a investire 4,3 miliardi di euro entro il 2023 per il rilancio dell'ex Ilva e dell'ambiente - ora però a fronte di una crisi del mercato pretende che il miliardo necessario per la sostenibilità del piano occupazionale arrivi da altri. Snam, partecipata da Cdp Reti al 31%, è pronta: «Nell'ambito della riconversione energetica potremmo investire 40 milioni» ha detto ieri l'ad Marco Alverà.

Potrebbe partecipare anche Intesa Sanpaolo, azionista al 5,6% di Am InvestCo, la società del gruppo franco-indiano che gestisce Taranto, ricorrendo al progetto Sud dove, sentendosi «da tempo la Banca del Mezzogiorno» come ha sottolineato il ceo Carlo Messina, stanzia 30 miliardi per lo sviluppo imprenditoriale del territorio. Dopo la disponibilità data dal banchiere, gli uomini del corporate & investment bank stanno valutando la fattibilità di un intervento da intrecciare con quello di Cdp.

Intanto ieri a Taranto è arrivato Tommaso Sabato, responsabile delle Infrastrutture di Cdp, per una ricognizione che dovrà portare alla firma di un protocollo con la città, sulla falsariga di quello con Genova e Napoli: il manager dovrà capire il fabbisogno del territorio a partire dalle urgenze del porto che è a ridosso dello stabilimento e le altre misure compensative per dare supporto al rilancio.

SEGNALI DI DISTENSIONE
A continuare il lavoro di preparazione dell'incontro con il premier anche l'ad di Am Italia, Lucia Morselli, la quale - a parte una veloce apparizione a Taranto nella giornata di mercoledì - dall'inizio della settimana è a Roma in continuo contatto con i vari ministri, da Patuanelli a Gualtieri. Nel frattempo l'ordine ricevuto da Londra è: inviare segnali di distensione. In questo contesto arriva anche la riapertura dei canali con le aziende dell'indotto. I primi bonifici stanno iniziando ad arrivare e solo dopo le dovute verifiche, il presidio davanti ai cancelli del siderurgico ieri ha lasciato entrare ben 17 camion di materie prime.

L'incontro di oggi pomeriggio a Palazzo Chigi comunque difficilmente sarà risolutivo. Ma importante sì. È molto probabile che oggi Laksmhi Mittal annunci al premier Conte l'intenzione di fare marcia indietro rispetto al bellicoso piano di lasciare l'Italia. Ovviamente le aperture arriveranno solo se saranno confermate determinate condizioni e garanzie, a partire dal ripristino dello scudo penale. Poco importa se sarà una norma erga omnes. L'azienda sicuramente su una cosa non farà marcia indietro: il ridimensionamento del perimetro aziendale con un taglio della produzione. Ma è disponibile a trattare e a far salire l'asticella sia rispetto ai 4 milioni di tonnellate di produzione annua precedentemente annunciati, sia di conseguenza rispetto alla quantificazione degli esuberi. Lo si capisce dalla dichiarazione rilasciata dalle fonti: «Sarà necessario concordare un nuovo piano per la produzione di acciaio che sia accettabile per tutti gli stakeholder». Gli esuberi potrebbero scendere da 5 mila a 2.500, ma questo resta il nodo più difficile da districare. L'altro, quello dello spegnimento dell'Afo 2 in seguito alle disposizioni della procura di Taranto, sta avviandosi a soluzione con la richiesta di proroga di un anno già presentata dai commissari straordinari. Infine ci sarebbe da parte dei Mittal la disponibilità a condividere ulteriori oneri della riconversione.
Ultimo aggiornamento: Venerdì 22 Novembre 2019, 19:37
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