«Vaccini bene comune». Ue con Biden sui brevetti. Il no di Merkel: un errore
di Francesco Malfetano

Brevetti, Ue con Biden: «Vaccini bene comune». Il no di Merkel: «Un errore»

«Un momento monumentale per la lotta al Covid». Non è un caso se ieri l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) si è sbilanciata in questo modo. Per la prima volta infatti, i brevetti sui vaccini anti-Sars-Cov-2 potrebbero essere sospesi per favorirne una maggiore produzione e tutelare soprattutto i Paesi che hanno meno risorse economiche per acquistarli.

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Una svolta che ben pochi ritenevano davvero possibile ma che molti auspicavano - eccetto chiaramente le aziende farmaceutiche. A guidarla il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, da subito affiancato dall’Unione Europea (con in testa l’Italia), anche se dentro la Ue si sta consumando una frattura. 
«L’amministrazione Biden crede fortemente nelle protezioni della proprietà intellettuale ma per porre fine a questa pandemia sostiene la revoca di queste protezioni per i vaccini contro il Covid-19». Sono queste le parole della svolta, affidate dalla Casa Bianca alla rappresentante Usa per il commercio, Katherine Tai, e sganciate come una bomba nel bel mezzo delle discussioni al Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio nel suo acronimo inglese) incentrate proprio sull’allentamento delle regole commerciali globali per consentire a più Paesi di produrre vaccini salva-vita. Il caso più eclatante è l’India che ha chiesto un intervento in merito perché, travolta dalla nuova ondata di contagi, non può mettersi in salvo nonostante sia tra i maggiori produttori al mondo di farmaci (detiene il 20% del mercato globale dei farmaci generici).

Covid, von der Leyen: pronti a discutere la sospensione dei brevetti per la produzione dei vaccini

DOMINO
Da qui è scattato l’effetto domino che ha reso la “mozione indiana” assolutamente valida. «I vaccini sono un bene comune globale. È prioritario aumentare la loro produzione, garantendone la sicurezza, e abbattere gli ostacoli che limitano le campagne vaccinali» ha immediatamente risposto il premier Mario Draghi, prendendosi la scena nel giorno in cui «l’Unione Europea - ha annunciato Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo Stato dell’Unione 2021 - è pronta a sostenere la sospensione dei brevetti vaccinali». 
Una posizione netta quella della von der Leyen, a cui ha fatto seguito prima la difesa delle decisioni prese durante la pandemia («La campagna vaccinale dell’Unione europea è un successo, senza il coordinamento europeo sarebbe andata in pezzi») e poi l’ammissione degli errori iniziali: «Mi ricordo bene l’inizio della pandemia e l’appello dell’Italia all’Europa. Gli italiani chiesero la solidarietà ed il coordinamento dell’Europa. L’Italia aveva ragione. L’Ue doveva intervenire. E questo è quello che abbiamo fatto».

Un’ammissione che è, ancora una volta, anche il riconoscimento della nuova centralità italiana nello scacchiere del Vecchio Continente. In primis perché il dossier brevetti, dopo un passaggio al summit informale dei leader europei che inizierà oggi ad Oporto, sarà discusso nella Capitale. «Con Draghi a Roma il 21 maggio ospiteremo il vertice mondiale sulla Salute», ha proseguito la von der Leyen. In secondo luogo perché il tema è divisivo e le posizioni Ue anche stavolta sono più vicine a Draghi che alla Germania. Se infatti il presidente francese Emmanuel Macron si è detto «del tutto favorevole alla revoca dei brevetti», la cancelliera tedesca Angela Merkel si è posizionata sul fronte opposto reagendo con scetticismo all’iniziativa americana.

Forse anche in virtù della -13% fatto segnare dalla Pfizer alla borsa di Francoforte e del -20% della tedesca CureVac il cui vaccino a mRna sta terminando i test (anche il titolo dell’americana Moderna è crollato al -9% a Wall Street). Come riporta Süddeutsche Zeitung citando una portavoce del governo di Berlino «la protezione della proprietà intellettuale è una fonte di innovazione e deve rimanere tale anche in futuro», rimarcando come «il fattore limitante» nella produzione dei vaccini sono le capacità e gli alti standard di qualità, «non i brevetti». 
Un gelo che fa eco a quello delle aziende farmaceutiche. L’ad di Pfizer Albert Bourla, ad esempio, ha dichiarato di essere «per nulla» favorevole, spiegando che l’apertura di nuovi siti produttivi in tutto il mondo complicherebbe l’approvvigionamento delle materie prime, rischiando di «ridurre il numero di dosi prodotte». Punto quest’ultimo, sposato dall’italiana Farmindustria che, in una nota, ha anche sottolineato come in questo modo si «potrebbe determinare l’aumento della contraffazione a livello globale».
 


Ultimo aggiornamento: Sabato 8 Maggio 2021, 09:52
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