«Tavolo di salvezza nazionale», mossa di Salvini per il dialogo
di Marco Conti

«Tavolo di salvezza nazionale», mossa di Salvini per il dialogo

«Se anche dovessimo avere il voto e vincere, saremmo costretti a governare sulle macerie». A Giancarlo Giorgetti, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio del “Conte1”, tremano da tempo i polsi all’eventualità di tornare al governo. Non che non se la auspichi, ma l’esperienza ancora fresca a palazzo Chigi lo induce alla cautela, anche perchè Salvini a Bruxelles e nelle principali cancellerie è visto come fumo negli occhi per l’alleanza con la destra neonazista tedesca di Afd e il “Rassemblement National” della francese Marine Le Pen.

IL CAVALLO
La prudenza di Giorgetti è dettata anche dall’esperienza maturata nei governi di coalizione. Ultimo quello con il M5S, e precedentemente in versione centrodestra. Risale a metà novembre la proposta dell’ex sottosegretario - «a titolo personale» - di una sorta di Costituente. Un «tavolo per le riforme» che però il leader della Lega di fatto sconfessò attaccandoci quel «poi subito al voto» che terrorizza anche i parlamentari più volenterosi. Trascorso poco più di un mese stavolta è lo stesso Salvini a mostrarsi disponibile proponendo «un comitato di salvezza nazionale direttamente al «signor Conte». «Sediamoci ragioniamo di cosa serva all’Italia, scriviamo le regole di base e torniamo a votare».

La scelta dell’interlocutore - l’odiato Conte che ad agosto gli rovesciò in Senato una valanga di accuse e ieri l’altro lo ha indicato come una sorta di cavallo perdente sul quale non scommettere - è significativa. Il rapporto con Di Maio, che non si era rotto al momento della caduta del governo “gialloverde”, ha subito un duro colpo a seguito del passaggio di parlamentari 5S nella Lega. Emerge anche che con il Pd e Italia Viva, al di là dei presunti consigli di Denis Verdini e di qualche suggestione, Salvini non ha costruito un rapporto tale da poter disarticolare la maggioranza scambiando legge elettorale con le urne a primavera. Le carte che rimangono al leader della Lega, per tentare la spallata e non rimanere isolato, sono il referendum pro-maggioritario di Roberto Calderoli e le difficoltà della maggioranza a presentare entro il 31 dicembre una proposta unitaria di modifica della legge elettorale. Mostrarsi disponibile a sedersi intorno ad un tavolo per discutere di sistemi elettorali e riforme, potrebbe - secondo i più informati - spingere la Corte Costituzionale ad ammettere il referendum proprio partendo dai toni moderati mostrati ieri a Milano da Salvini. Qualora il referendum dovesse passare il vaglio della Consulta sarebbe infatti più complicato metter mano alla legge elettorale e, soprattutto, muoversi verso sisteni proporzionali.
Inoltre Salvini punta ad incunearsi nella maggioranza in stallo sulla legge elettorale. Obiettivo proporsi come interlocutore di quella fetta di Pd che resta ancora ferma su un sistema maggioritario e che ha accettato il proporzionale ma solo se lo sbarramento resta al 5%.

Dal canto suo Giorgetti continua a mostrarsi scettico sulla possibilità che la Lega possa ottenere elezioni a breve, e molto più preoccupato che alla fine si faccia una legge elettorale «contro Salvini» che «non fa bene all’Italia» che avrebbe bisogno di «un sistema che permetta di governare per cinque anni». 

I RESPONSABILI
Un invito al dialogo, quello dei due maggiori esponenti della Lega che, pur non coincidendo nella prospettiva temporale e negli obiettivi, rivela crescenti difficoltà. Il timore che il consenso possa svanire, o ridimensionarsi nei tempi lunghi, è comune. La campagna acquisti, oltre a non piacere molto all’elettorato leghista, non è in grado di destabilizzare più di tanto la maggioranza. Senza contare che dentro FI, esclusi i trenta parlamentari che si ritengono garantiti dalla Lega, l’atmosfera è incandescente e in tanti sono pronti a trasformarsi in novelli responsabili. «L’idea di Salvini, se non è tattica, è importante». Si chiede l’azzurro Osvaldo Napoli. Una domanda destinata ad avere una prima risposta dal risultato in Emilia Romagna dove i sondaggi danno, seppur di poco, ancora avanti il presidente uscente.

A turbare i sonni di Salvini ci sono anche le Sardine e il successo che ottengono le piazze anche al Nord dove non basta più parlare di migranti per nascondere i problemi di aziende e partite iva.
 

Ultimo aggiornamento: Domenica 15 Dicembre 2019, 12:55
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